Edizioni Orientamento-Al Qibla per la conoscenza dell’Islam e del Sufismo, e della Tradizione Sacra 

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Michel Vâlsan: La dottrina degli stati molteplici dell'Essere nel Cristianesimo"La concezione degli stati molteplici, tanto nella teologia quanto in determinate scienze o speculazioni particolari attesta l'esistenza dei daimon, dei geni, dei jinn buoni o malvagi, che si situano tra l'angelo e l'uomo; parimenti, possono trovare posto qui gli esseri 'generati' tra angelo e uomo, o tra jinn e uomo. Per quanto riguarda i gradi tra l'uomo e l'animale, ci sono ugualmente degli esseri che partecipano dell'uno e dell'altro; non possiamo insistere, ma ricorderemo gli esseri mitici come i centauri, le sirene e così via, le cui 'facoltà' possono essere talvolta simili a quelle dell'uomo: Chirone fu il maestro di Achille. Si dirà naturalmente che sono 'favole degli antichi', come se non si potesse dire la stessa cosa di tutto ciò che si riferisce agli Angeli ed ai demoni. Non è a degli interpreti modernisti di san Tommaso o di Dante che si può domandare di ammetterli, ma si può far loro osservare la grottesca contraddizione nella quale incorrono quando accettano, d'altra parte, l' 'evoluzione della specie', fatto che implica da parte loro, pure se in maniera non regolare, il riconoscimento di una continuità degli stati dell'essere attraverso la continuità delle forme di specie!"


Michel Vâlsan: La dottrina degli stati molteplici dell'Essere nel Cristianesimo

 

Reggio Emilia 2007, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 115 pagg. - euro 9,60
ISBN 978-88-89795-04-0
Ordinazione Libro

     Vengono qui proposte tre lettere scritte tra il 1958 e il 1959 da Michel Vâlsan ad uno studioso francese dell’opera di Dante, Philippe Guiberteau. In esse Vâlsan (che può essere considerato il più grande continuatore dell’opera di Guénon) si sforza di indicare come nelle opere di diversi autori cristiani (e in particolare di Dante, Ruysbroeck e san Tommaso) sia possibile riconoscere la presenza di un orizzonte dottrinale secondo cui all’‘Essere’ (concepito come comprensivo di manifestazione e non manifestazione) appartiene una molteplicità di stati gerarchicamente disposti e in collegamento gli uni con gli altri. L’argomento non è di poco conto in quanto non è sempre cosa facile e immediata ‘scoprire’ la presenza nel Cristianesimo di questa come di altre dottrine specificamente metafisiche e legate alla realizzazione iniziatica. Per quanto riguarda Dante, Vâlsan fa riferimento in particolare ad alcuni passi del Convivio nei quali si mostra con estrema chiarezza la ‘continuità’ degli stati dell’Essere (valga per tutti quello tratto dal tratt. terzo, VII, 6, in cui è detto che “ne l’ordine intellettuale de l’universo si sale e discende per gradi quasi continui da la infima forma a l’altissima e da l’altissima a la infima”). In questo come in altri passaggi, sostiene l’autore, si può “vedere il fondamento delle ascensioni e delle discese che interessano in maniera particolare il tema della Divina Commedia.” In linea generale comunque, a parte i riferimenti specifici, il grande interesse del presente testo sta proprio nel fatto di vedere applicata ad un ambito tradizionale particolare quella dottrina degli ‘stati molteplici’ che in tempi recenti è stata esposta in termini universali da Guénon. Questo infatti non solo può costituire un forte impulso alla ricerche relative alle dottrine metafisiche proprie del Cristianesimo ma può portare un serio contributo anche allo studio dei testi di altre forme tradizionali: si pensi ad esempio alle opere del ‘sommo Maestro’ dell’esoterismo islamico, Ibn ‘Arabî, e a come i ragionamenti qui esposti da Michel Vâlsan si possano applicare ‘per analogia’ a moltissime formulazioni di questo autore. Il testo valsaniano è preceduto da una nostra breve prefazione, e dalla traduzione dell’‘Introduzione’ che lo precedeva sulla rivista francese che lo ha edito (intitolata Science sacrée); tale ‘Introduzione’ è utile soprattutto per la contestualizzazione delle lettere di Vâlsan, e inoltre, pur escludendo il curioso paragone iniziale tra le caratteristiche del ‘genere’ epistolare e quelle della Risâla coranica (certo non molto convincente), contiene diversi passaggi senz’altro interessanti (come ad esempio le considerazioni sull’uso del termine latino mens alle pagg. 16-19).

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‘Abd r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anniNei lignaggi più puri ed elevati del Tantrismo la fanciulla di nove anni è la teofania essenziale, l’identità segreta della Grande Dea e non è conosciuta esteriormente che per il suo attributo di Lalitâ, ‘Quella che gioca’. Essa manifesta l’autorità suprema assolutamente incondizionata dell’Essenza divina; fa sovranamente quello che vuole senza alcun arbitrio in un modo che sfugge ad ogni conoscenza esteriore. Pur comprendendo ogni cosa, essa resta incomprensibile. Non è ‘costretta’ dalla propria scienza perché è lei che determina ciò che può essere saputo e conosciuto. Iniziaticamente essa è il Maestro per eccellenza, del quale conviene ricercare la soddisfazione senza perseguire alcuna idea di retribuzione o di ricompensa. L’insieme degli esseri è sotto la sua dipendenza, di modo che essa non deve niente a nessuno. La via per pervenire a lei è quella della servitù perfetta. Essa può manifestarsi in modo sensibile, con un corpo vero, puro e ‘luminoso’, a colui che ha raggiunto l'effettiva Conoscenza suprema, quella dello shrî-vidyâ.


‘Abd r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis):
La fanciulla di nove anni
(comprensivo di uno studio del medesimo autore sullo Zolfo Rosso e di una Postfazione dell’editore italiano)

Campegine (RE) Gennaio 2012, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 127 pagg., euro 13,20
ISBN
978-88-89795-14-9  Ordinazione Libro


       Lo studio di Gilis sulla Fanciulla di nove anni prende spunto da un’intuizione di Michel Vâlsan (nell’Islam Mustafâ
Abdu l-Azîz), che comprese la strettissima analogia esistente tra due visioni: da una parte quella riportata nelle prime pagine della Vita nova, in cui Dante vede apparire nella propria camera “uno segnore di pauroso aspetto” che afferma di esserne il dominus, e che tiene in braccio Beatrice, nella figura di una “persona” che dormiva “nuda” e avvolta “in uno drappo sanguigno leggermente”; dall’altra quella riportata nel Sahîh di Al-Bukhârî in cui l’Angelo mostra al Profeta Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) la giovanissima Aysha avvolta “in un drappo di seta (fî saraqatin min harîr)”, e gli dice: “Questa è tua moglie: scoprila.” Partendo da questo, e svelato il carattere non certo casuale di tale coincidenza, Charles-André Gilis (Abdu r-Razzâq Yahyâ nell’Islam) sviluppa nel presente testo un’argomentazione che fa intervenire, a sicura prova di come la ‘fanciulla di nove anni’ possa simboleggiare una Teofania essenziale, un terzo elemento, dopo quello islamico e quello dantesco: si tratta della grande Dea del Tantrismo, conosciuta esteriormente con il nome di Lalitâ, ‘Colei che gioca’, e accomunata alle figure di Aysha e di Beatrice tra l’altro anche dalla giovanissima età. Il volume è corredato da uno studio del medesimo autore sul simbolismo relativo alla denominazione di Zolfo Rosso, attribuita nell’esoterismo islamico ad Ibn Arabî (studio apparso in Francia assieme a quello sulla Fanciulla in un’unica pubblicazione nel 2006, e ad esso collegato da diversi punti di vista), e da una Postfazione dell’editore italiano (nella quale si sviluppano alcune delle deduzioni che si possono trarre da quest’opera di Gilis, in particolare a proposito dell’origine ‘muhammadiana’ dall’influenza spirituale veicolata da Dante).

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Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentirsi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

(Canzoniere I, 12-4)

 

AA.VV.: L’auOra & amoЯ (Itinerarium nell'ermetismo femminile del Petrarca)

 

Les Editions de l’Isle, 2011, 374 pagg., (in distribuzione) - euro 24,00 Ordinazione Libro

 

       Il libro è un primo tentativo di studio su base tradizionale dell’opera di Petrarca, cosa che già di per sé è in qualche modo positiva e finanche sorprendente, nel panorama attuale dell’intellettualità italiana. È bene subito chiarire tuttavia che non si tratta di un tentativo del tutto riuscito, e questo per diversi motivi. Prima di tutto, un limite è costituito, paradossalmente, dallo stesso presupposto di organicità e completezza del libro: meglio sarebbe stato infatti, data la vastità dell’opera del Petrarca e il carattere di ‘non professionalità’ degli autori, concentrare l’attenzione su di uno solo dei lavori del Petrarca, così da andare veramente a fondo del lavoro interpretativo, e da evitare una certa sfumatura di superficialità e di genericità che emerge a tratti ma abbastanza insistentemente dalla lettura di Aurora et amor. Si sarebbe però ingenerosi se non si riconoscesse che in molti casi gli autori propongono intuizioni notevoli, specialmente quando si sforzano di vedere l’opera di Petrarca alla luce degli insegnamenti di Guénon, e nel parallelo con la poesia iniziatica propria dell’esoterismo islamico (il Tasawwuf). È qui però che emerge un secondo limite, quello che consiste nel fatto di essersi in linea di massima accontentati della visione che di quest’ultimo ha dato (e continua a dare) l’orientalismo: non ci si stancherà mai di dire che la griglia costituita dall’orientalismo non lascia passare che poco o nulla dell’‘influenza spirituale’ (baraka) veicolata dall’Islam in generale e dal Tasawwuf in particolare, i cui testi sono spesso falsati nelle traduzioni e comunque sistematicamente non compresi nel loro significato metafisico; ne consegue la necessità, per chi studia i testi dei Fedeli d’Amore e vuole davvero cercarne i corrispettivi in campo islamico, di andare direttamente ai testi arabi e persiani, pena il fallimento dell’intento, ciò che del resto è analogo all’esigenza di non considerare più di tanto la critica letteraria (accademica e non) italiana (e in realtà si potrebbe dire che il ‘velo’ che impedisce ai moderni di cogliere la realtà dell’Islam e delle dottrine orientali è lo stesso velo che impedisce di capire il senso dell’esoterismo cristiano dei Fedeli d’Amore). Tornando al testo che stiamo recensendo e presentando, la parte più interessante è quella proposta da Maurizio Currenti, laddove fa comprendere il legame che sussiste tra il linguaggio petrarchesco e quello ermetico (specialmente nel Canzoniere): speriamo che l’autore abbia possibilità di proseguire ed approfondire i suoi studi, andando a leggere il Canzoniere nello specchio della realtà viva del Tasawwuf, sviluppando in ciò gli interessanti spunti già presenti in questo senso.

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Pierre Ponsoye: L’Islam e il Graal - Studio sull’esoterismo del Parzival di Wolfram von EschenbachSecondo un simbolismo tradizionale molto generale la lancia è una rappresentazione dell'Asse del mondo analoga alla Montagna, all'Albero del Mondo o ancora, al "pilastro assiale" del simbolismo architettonico. I brevi cenni esposti sopra sottolineano questo ruolo assiale: la ferita soprannaturale inferta al Re per l'abbandono della sua posizione centrale; l'espiazione cosmica che l'accompagna, modulata dalla rotazione degli astri; l'ambiguità dei suoi poteri; il sangue che cola dal suo ferro, analogo alla rugiada che cola dall'Albero del Mondo; il rito di qualificazione dello spazio. Essa è l'aspetto distruttore o riduttore della Legge divina, di cui il Graal, Centro del Mondo, è l'aspetto dispensatore e conservatore. E' per questo che essa non appare se non come sanzione di una decadenza o come giudizio di un ciclo.


Pierre Ponsoye: L’Islam e il Graal
Studio sull’esoterismo del Parzival di Wolfram von Eschenbach


Parma 1980, Edizioni all’Insegna del Veltro, 140 pagg.,
(in distribuzione) - euro 15,00 Ordinazione Libro

 

         Riproponiamo questo testo di Ponsoye (che fu scritto seguendo le osservazioni di Michel Vâlsan) perché lo riteniamo fondamentale sia per una corretta valutazione, da un punto di vista tradizionale, del simbolismo del Graal e della sua ‘Cerca’ (che in definitiva si identifica alla ricerca della conoscenza diretta di Dio e del Suo Verbo), sia per la comprensione dei rapporti che intercorrevano in età medievale tra esoterismo islamico da una parte ed esoterismo cristiano (e celtico-cristiano) dall’altra.

         Tra le versioni più antiche del mito del Graal, l’autore concentra la sua attenzione su quella del tedesco Wolfram von Eschenbach. Il Parzival di Wolfram infatti, benché di qualche anno più tardo rispetto al Parceval li Gallois di Chrétien de Troyes e alla Estoire dou Graal di Robert de Boron (dato che lo si ritiene redatto tra il 1200 e il 1205), viene ritenuto il testo più fedele allo spirito iniziatico della narrazione originale, e quello che presenta l’esposizione che maggiormente facilita il riferimento alla dottrina esoterica.

         Libro di grande ‘densità’, questo L’Islam e il Graal non è in realtà un’opera di critica letteraria; piuttosto, si potrebbe dire che Ponsoye prende il Parzival per quello che realmente è (e cioè la messa per iscritto a fini ben precisi di un precedente materiale di argomento iniziatico), e giustamente ne segue i vari aspetti, e per porre in risalto le svariate allusioni e i diversi significati del simbolismo, e per leggere come in filigrana la storia sacra dei ‘Centri spirituali’ che si trovavano coinvolti, all’epoca della formulazione della leggenda del Graal, nel sostegno di quelle organizzazioni (più o meno visibili) che permettevano all’elite di coloro che vivevano nell’Occidente cristiano di seguire una Via di realizzazione spirituale completa e regolare.

         Tra gli innumerevoli punti messi in risalto dall’autore, vale la pena di ricordare le osservazioni sulla figura di Kiot (il misterioso personaggio da cui prende spunto Wolfram, figura di ‘incantatore’ analoga per certi versi a quella di Merlino, e che ‘controlla’ la redazione del Parzival), e quelle riguardanti la ‘genealogia spirituale’ di Parzival, e il ritirarsi del fratello Feirefiz (padre del prete Gianni) in India.

         Un aspetto particolarmente studiato, come indica del resto il titolo stesso del libro, è quello delle influenze islamiche: Ponsoye presenta una mole impressionante di prove che mostrano non solo le svariate analogie nell’utilizzo del simbolismo nei miti del Graal e nell’esoterismo islamico, ma anche il ruolo di guida e di aiuto svolto da quest’ultimo nei confronti dell’esoterismo cristiano, fatto questo che si deve collegare alla dottrina della dislocazione dei Centri spirituali, e a quella che pone in rilievo la natura sintetica e ricapitolativa dell’Islam e della sua Legge sacra, e che non deve viceversa essere considerato un problema di ‘prestiti’ letterari, né tantomeno dev’essere visto nell’ottica di una semplice prevalenza di un exoterismo su un altro.

         In conclusione, L’Islam e il Graal è un libro estremamente rigoroso, utilissimo per far luce su quell’esoterismo d’Occidente ora scomparso, ma che rimane con le sue opere ‘monumentali’ (lanciate provvidenzialmente come ‘messaggi nella bottiglia’ al di là dei tempi di decadenza intellettuale) un po’ come il ‘buco nero’ della cultura Europea: un qualcosa di non eliminabile per la sua fortissima capacità di attrarre ed affascinare, e d’altra parte di fondamentalmente inspiegabile con gli strumenti d’indagine profani che sono i soli di cui ora dispone l’‘intellettuale medio’ europeo.

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Carmela Crescenti: Cola di Rienzo. Simboli e allegorie

Egli vagava tutto il giorno fra le terme gli archi i colonnati, lungo le mura di Aureliano, sotto gli acquedotti ormai aridi, nei deserti spiazzi ingombri di ruderi,

diseppellendo le lapidi, liberando dalla crosta dei secoli

le lettere incise, raccozzando i frammenti sparsi,

nudando i volti delle statue mascherati dall'edera, interpretando le istorie scolpite nei bassi rilievi,

leggendo ad alta voce i nomi dei consoli e degli imperatori, evocando in quel cimitero formidabile i fantasmi augusti, mentre gli paréva udire a quando a quando nel vento funebre gli urli della Lupa e i gridi dell' Aquila

presaghi della seconda vita di Roma.. ».”


      Gabriele d'Annunzio, La vita di Cola di Rienzo


Carmela Crescenti: Cola di Rienzo. Simboli e allegorie

Parma 2003, Edizioni all’insegna del Veltro, 295 pagg., (in distribuzione) - 20,00 euro Ordinazione Libro

    In questo studio, Carmela Crescenti cerca di vedere “più da vicino i miti e i simboli contenuti in un episodio storico occorso tra Medioevo e Rinascimento”: l’impresa di Cola di Rienzo.
    Tra il 1347 e il 1354 (durante gli anni dell’esilio avignonese del pontificato, e una sola generazione dopo Dante, quando ancora erano fumanti i roghi degli ultimi Templari, ed il mitico Regno del Prete Gianni, con i simboli del Centro del mondo, andava ormai occultandosi in Oriente) Cola prese Roma nelle sue mani tentando di porre fine allo stato di anarchia ed insicurezza in cui era caduta, e soprattutto sforzandosi di instaurare un governo tradizionale, sacro, secondo la dottrina della santa Monarchia, nel tentativo di salvare un Centro spirituale (Roma) da ciò che lo minacciava.
    Riassumendo la Cronica contemporanea, che costituisce uno dei capolavori della prosa trecentesca, e nella quale viene narrata con dovizia di particolari la storia di Cola, e basandosi sulla sua conoscenza della Dottrina tradizionale, l’autrice (studiosa tra l’altro di Ibn ‘Arabî e dell’esoterismo islamico) ci porta pian piano a comprendere i significati nascosti nelle differenti modalità espressive utilizzate dal Tribuno (dipinti, abiti, oggetti, oratoria, gestualità, vessilli ecc.), visti non dall’esterno, considerandoli cioè con gli occhi della mentalità attualmente preponderante (difetto nel quale cade assai spesso la ricerca storica moderna, per la quale (non c’è da sorprendersi!) l’impresa di Cola finisce per mantenere un qualcosa di enigmatico ed inspiegabile), ma dal punto di vista di chi si immerge nel modo di pensare del tempo, e di quell’orizzonte spirituale condivide i punti più elevati.
    Ne esce un’immagine di Cola ‘cavaliere dello Spirito santo’, e collegato ai Fedeli d’amore (vera e propria organizzazione iniziatica, benché spesso presa dai nostri contemporanei per un circolo letterario, o per un movimento politico), un’immagine ben diversa da quella proposta dalle varie scuole di pensiero che lo dipingono volta per volta come un umanista ante-litteram, un antiquario della prima ora, o un fantastico visionario, eroe dell’apologetica dannunziana e wagneriana.
    Il tentativo di Cola di Rienzo (come quello per certi versi analogo di Giovanna d’Arco) fu di breve durata, per l’incomprensione e l’inadeguatezza dei cuori a mantenere un’impresa che i tempi osteggiavano. Si pensi a quando Cola, dopo la vittoriosa battaglia di porta San Lorenzo, convoca i cavalieri romani (che chiamava ‘sacra milizia’) e promette loro ‘doppia paga’; quindi li porta ad assistere all’iniziazione cavalleresca del figlio (che egli cosparge con acqua mista al sangue del più nobile dei nemici uccisi), e fa loro capire che tale doppia remunerazione dev’essere intesa in senso spirituale. “Questo ditto turbao l’animo delli cavalieri”, che non vollero più portare armi al fianco di Cola; e come osserva ancora acutamente l’anonimo autore della Cronica, fu proprio a partire da quell’episodio che “lo tribuno comenzao ad acquistare odio”, e che la gente cominciò a sparlarne.
    Il lavoro della Crescenti è diligente e penetrante al tempo stesso; esso permette a chi non sa nulla di questo episodio storico di farsene un’idea precisa, e d’altra parte fornisce preziose indicazioni di storia sacra. Ci auguriamo che questo libro costituisca un inizio; che l’autrice stessa, o altri studiosi, ci facciano dono di altre opere che ci illuminino sui veri significati di questo e di altri periodi del passato d’Italia, sollevando sia i veli spessi prodotti dalle ideologia moderne, sia quelli più sottili di una visione limitata all’aspetto religioso della Tradizione.

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Vasile Lovinescu (Geticus): La Dacia iperborea

“… Iperborea,

regione mortale

dei grandi capi dell’intelligenza,

luogo natio dei figli della pietra,

e solo i santi nascon dalla pietra.

 

Iperborea,

bianco-nero, oro-argento, manifestazione, non-manifestazione, tristezza che trascorre

e va tentoni …”

  

       N. Stănescu, Unsprezece elegii


Vasile Lovinescu (Geticus): La Dacia iperborea

Parma 1995, Edizioni all’insegna del Veltro, 123 pagg., (in distribuzione) - 10,00 euro Ordinazione Libro

 

    Raccolta di articoli pubblicati tra il 1936 e il 1937 su Etudes traditionelles dal rumeno Vasile Lovinescu, con lo pseudonimo di ‘Geticus’. Gli articoli formano un piccolo, convincente ed efficacissimo trattato di geografia sacra, avente ad oggetto il Centro spirituale di origine ‘iperborea’ attivo in quello che era il territorio dell’antica Dacia (corrispondente in linea di massima alle attuali Romania e Moldavia) sino a tempi recenti (e sicuramente sino alla metà del XIX secolo).

    Lovinescu si basa su una considerazione fondamentale: “La Terra è un organismo spirituale, sottile e corporeo. Essa ha delle linee di forza, dei nodi di potenza” che è necessario “slegare, canalizzare, sublimare, riassorbire,” ma “naturalmente non distruggere” (p. 48). Detto questo, e riallacciandosi agli insegnamenti di René Guénon, l’autore considera l’esistenza di una ‘Tradizione primordiale’ localizzata inizialmente nell’estremo Nord iperboreo, e quindi mano a mano dislocatasi in zone sempre più meridionali, analogamente (e conformemente) alla discesa ‘ciclica’ descritta in maniera chiarissima dalle Scritture indù. 

    “Uno degli aspetti più interessanti della manifestazione ciclica è costituito dalla grande migrazione iperborea. Quest’ultima è una ‘discesa’ dall’indistinzione polare primordiale nelle molteplici manifestazioni secondarie del ciclo”. Nel corso di questa migrazione, “le montagne, le acque, il luoghi geografici, i loro nomi, i centri, i supporti spirituali di una tappa avevano virtù analoghe a quelle delle tappe precedenti” (p. 17-18).

    Più in particolare, “la migrazione iperborea fu verticale fino al punto in cui essa incontrò il 45° parallelo, a eguale distanza fra il Polo e l’Equatore. Là essa si diramò secondo linee orizzontali” (p. 47). Una delle tappe di tale migrazione (e della conseguente dislocazione dei Centri spirituali) è costituita dunque dalla Dacia (o Romania), come attestano le numerosissime coincidenze nelle denominazioni dei luoghi, prima tra tutte quella della più santa delle montagne rumene, il monte Om, sulla cui cima “c’è un omphalos gigantesco di dieci metri d’altezza e venti di larghezza”, che è il geticus polus di cui parlavano i latini, “ed è chiamato dal popolo ‘Asse del mondo’ e ‘Ombelico della Terra’ ”; e il nome di questa montagna corrisponde esattamente al monosillabo sacro dell’Induismo!

    L’ipotesi della presenza in Dacia di un Centro spirituale di primaria importanza è validamente sostenuta da tutta una serie di considerazioni riguardanti ad esempio la numismatica sacra e i miti di fondazione dei principati valacchi, moldavi e transilvani.

Ma dal nostro punto di vista, il dato più importante a tale proposito è costituito dalla vitalità e dalla forza di tale Centro spirituale, quale si può riscontrare anche di recente da indizi numerosi. Uno di questi è costituito dal “profondo simbolismo iniziatico” contenuto nel racconto intitolato Harap - Alb (che significa qualcosa come ‘Nero-Bianco’), scritto nel 1877 dal romanziere rumeno Ion Creangâ (il cui vero cognome era Stefanescu), al quale Geticus dedica gli ultimi due articoli raccolti ne La Dacia iperborea.

 

L’autore. Vasile Lovinescu nacque nel 1905 a Falticeni, nel nord della Moldavia. Interessatosi ben presto alle Dottrine tradizionali, e dopo un infruttuoso tentativo di contatto con quanto resta dell’iniziazione cristiana, nel 1936 entrò nell’Islam con il nome di ‘Abdu l-Qâdir, ed aderì al Tasawwuf ricollegandosi alla Tarîqa ‘Alâwiyya, diramazione della Shadhiliyya che prende il nome dal noto Maestro algerino Ahmad Al-‘Alâwiyy; di questa confraternita sarà anche rappresentante (muqaddim) in Romania. In quegli anni fu in stretto rapporto epistolare con René Guénon, che gli fece pubblicare diversi articoli su Etudes Tradionelles. Ebbe un’intensa attività come “autore di saggi e ricerche riguardanti per lo più l’etnografia e la favolistica della Romania”, come dice il suo traduttore italiano, Claudio Mutti. Nonostante il suo appoggio al governo nazional-legionario (peraltro limitato all’ambito locale, dato che fu Sindaco di Falticeni tra il 1940 e il 1941), fu lasciato sostanzialmente in pace dai governi comunisti, e a partire dal 1958 si riunì attorno a lui una cerchia di discepoli. Morì nel 1984.

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Vasile Lovinescu (Geticus): La colonna traiana

“Si tratta di un saggio che prendendo le mosse dalla figura di Traiano (98-117), riguarda la funzione sacrale degli Imperatori romani, una funzione nella quale il rapporto tra autorità spirituale e potere temporale si risolve in unità. 

Lo studio comporta alcune riflessioni sulla Dacia, su cui si innesta una interessantissima digressione sulla sinergia e sull'antagonismo che si instaurarono tra il messianismo dell'Impero romano e quello semitico-cristiano.
La presenza di una delle prime icone cristiane sulla colonna di Traiano costituisce per l'appunto un sigillo di tale sinergia. Anche se ciò potrà a prima vista apparire fantasioso, l'Autore adduce argomentazioni che dal punto di vista simbolico sono ineccepibili.”
 

dalla nota introduttiva di Mircea Remus Birtz


Vasile Lovinescu (Geticus): La colonna traiana

 

Parma 1984, Edizioni all’insegna del Veltro, 117 pagg., (in distribuzione) - 10,00 euro Ordinazione Libro

 

    La colonna traiana raccoglie le lezioni che Vasile Lovinescu tenne nel 1968 alla ‘Confraternita di Iperione’, una cerchia di discepoli che si riuniva con regolare periodicità a Bucarest per approfondire lo studio delle dottrine tradizionali.

    Nella prima parte, il testo considera la Colonna traiana, costruita per celebrare la conquista della Dacia da parte dell’imperatore Traiano nel 106 d.C. La ragione profonda della sua costruzione è posta in relazione all’incorporazione da parte dell’Impero romano dei Centri spirituali ‘iperborei’ daci (e del ‘Polo’), in vista dell’innesto del Cristianesimo “sul tronco della Tradizione primordiale”. Alla colonna stessa appartiene evidentemente un simbolismo assiale (e polare). Essa inoltre, con la sua forma cilindrica attorno alla quale si dipanano a spirale la raffigurazioni riguardanti diversi episodi correlati alla conquista della Dacia, rappresenta un esempio unico nel suo genere (perlomeno in Occidente) di un simbolismo ‘bellico’ legato ad una Dottrina metafisica (oltre che cosmologica) completa: la guerra dacica (che come ogni altra opposizione o lotta che ha luogo in questo mondo evidentemente ha come caratteristica la dualità) “si sviluppa lungo gli stati indefiniti dell’Essere, attorcendosi in senso ascendente intorno all’asse comune di questi ultimi”; essa “è la guerra del cosmo intero, dello sviluppo spiraloideo del divenire intorno all’Asse immobile del mondo” (p. 35).

    Di particolare interesse inoltre le considerazioni di Lovinescu riguardanti una figura scolpita presente nella Colonna (che secondo una teoria accreditata dall’autore mostrerebbe il Cristo in atto di ‘benedire’ alcuni uomini, interpretati come rappresentanti della Tradizione della Dacia), oltre a quelle aventi ad oggetto da una parte l’importanza di Troia come “punto collettore della luce dei centri spirituali iperborei”, luce che essa “distribuiva, per rifrazione, al mondo mediterraneo” (p. 40), e dall’altra la fondazione di Roma come riposizionamento di tale ‘punto di luce’.

    Lovinescu mostra in generale una profonda capacità di cogliere le realtà spirituali nelle caratteristiche modalità in cui si esprimevano nel mondo ‘antico’ (ma anche, e in particolare, nella ‘enclave spirituale’ della Dacia-Romania), facendo comprendere il loro rapporto con la Dottrina metafisica eterna ed universale.

    Da rimarcare comunque come nella seconda parte del libro lo svolgimento dell’autore si faccia ‘provocatorio’, laddove la constatazione della presenza nell’antichità classica di Vie di Realizzazione dirette lo porta ad una svalutazione esagerata del Cristianesimo (anche se non certo del Cristo), visto pur nella piena ammissione della necessità ciclica come pura perdita rispetto alle possibilità che ancora permanevano: come se non fosse stata proprio la decadenza intellettuale comunque prevalente nell’antichità pre-cristiana a rendere oltremodo opportuna l’‘importazione’ dal vicino Oriente di una forma tradizionale religiosa, benché dalle caratteristiche in qualche modo limitative, e come se non fosse stato proprio il mondo tradizionale cristiano ad essere stato uno degli alvei in cui si sarebbe poi conservato ciò che v’era di spiritualmente vitale nell’antichità greco-romana (almeno sino alla ‘rottura’ antitradizionale che ha avuto il suo momento cruciale nel ‘300, con la distruzione dell’Ordine del Tempio).

    Ed è davvero ‘provocazione’, nei due significati cui il termine può alludere: quello di parole in qualche modo ‘irritanti’ e quello di una pro-vocatio, e cioè una ‘chiamata’ (vocatio) atta a suscitare una certa reazione. Si tratta in effetti di un discorso contenente in qualche sua parte, come abbiamo detto, elementi non sempre convincenti, ma i cui argomenti paiono avere lo scopo preciso di causare una scossa benefica in chi ascolta e in chi legge, specialmente nel senso dell’abbandono di un certo ‘vestito mentale’ appiattito su di una versione banalizzata dell’exoterismo cristiano.

    Così quello che rimane di questa lettura in una mente pronta è lo sprone ad aprire la propria capacità di comprensione alle modalità espressive tipiche di fasi cicliche precedenti la nostra, nelle quali il cielo era più vicino alla terra, e gli uomini più adatti a cogliere direttamente il simbolismo sempre cangiante delle molteplici manifestazioni dell’Uno.

 

Per una presentazione dell’autore, si veda la recensione a La Dacia iperborea.

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L’idea Il Giornale di Pensiero - Quadrimestrale internazionale di studi tradizionali

L’intento “essenziale” della rivista è di considerare le cose secondo la prospettiva “interiore” ricondurle al loro principio. La scienza tradizionale e le dottrine moderne hanno poco o nulla in comune; non nascono dalla stessa radice, non producono gli stessi frutti. Chi dice Tradizione dice trasmissione; si tratta di una trasmissione essenzialmente di origine non umana destinata ad assicurare la continuità di una scienza integrale che in caso di perdita non potrebbe essere ricostruita mediante sforzi umani.

 … Tutte le teorie contemporanee non soddisfatte di ciò che può dare la ragione cercano qualcos'altro. Ma lo cercano nella parte del sentimento e dell'istinto ossia al di sotto della ragione e non al di sopra giungendo a vedere nel subconscio il mezzo con il quale l'uomo può entrare in comunicazione con il Divino. L'unico criterio accettabile secondo noi per accostarsi ad una scienza sacra è quello dell'unità spirituale della Tradizione stessa. (da una presentazione del Direttore de “L’idea”)


L’idea Il Giornale di Pensiero - Quadrimestrale internazionale di studi tradizionali
Roma, GEI Editrice
 

“N° 1 anno X 2004 (in realtà uscito nel maggio 2006) - (in distribuzione)
 

Titolo del numero: 

Tracce del Mondo Sottile - Figli del Fuoco e dell'Aria - 150 pagg., euro 10,00 Ordinazione Libro

     

    Eccoci ad un nuovo numero della rivista ‘L’Idea’, pubblicata a Roma. È bene puntualizzare da subito che, analogamente al numero precedente (da noi recensito e commercializzato, vedi sotto), la rivista in questione continua a mostrare miglioramenti dal punto di vista dei contenuti dei vari articoli, così come continuano purtroppo a sussistere vari problemi, relativi sia alla forma (incompleta correzione delle bozze, poca cura nel porre in risalto il pur apprezzabile materiale iconografico) e alla composizione della rivista (inadeguata la corrispondenza tra il titolo del numero e il suo contenuto, disattenzioni varie) sia alla distribuzione (reperibilità molto difficoltosa). L’editore, da noi interpellato, ci ha comunque assicurato che nel giro di un anno si dovrebbe risolvere perlomeno il problema della corrispondenza tra la data della rivista e quella della sua uscita reale, causa non secondaria della mancata ricezione di questo interessante periodico in molte librerie.

Passando ai contenuti, osserviamo quanto segue:

            L’articolo di Romano Ario Patrizi su "Gli obelischi in Egitto: funzione fondamentale e traslazione tradizionale" tratta del simbolismo legato a questi impressionanti monumenti egizi, e dei significati connessi alla traslazione di molti di essi a Roma (da ritenere evidentemente in rapporto al passaggio di una certa ‘autorità’ tradizionale dall’Egitto alla Roma imperiale, e quindi cristiana). Notevole il materiale informativo presentato, non inappuntabile la forma, interessante dal punto di vista tradizionale il chiarimento di una aspetto non molto considerato della storia sacra.

            Di Roberto Boffoli abbiamo "Saturno e Abramo", articolo che prende le mosse da alcune osservazioni di Guénon relative alle analogie tra l’Abramo della tradizione religiosa ebraica, cristiana e islamica, e il Saturno/Kronos della tradizione greco-romana. Le argomentazioni sviluppate paiono convincenti, e gettano una luce inaspettata specialmente sui significati superiori che si possono intravedere nei resoconti relativi a entrambi i personaggi; esse tuttavia costituiscono solamente un primo passo degli studi necessari per approfondire questa importante questione.

            L’articolo su "Urbanesimo sacro nelle città imperiali romane" ha esclusivamente un interesse documentario, e non presenta quell’accuratezza espositiva che sarebbe necessaria per un’adeguata comprensione dell’argomento.

            Veramente notevole l’articolo di Albert Rieser sulla "Potenza estatica dello sciamano": in maniera estremamente precisa, direi lapidaria, si parla di questo difficile tema senza cadere in banalizzazioni, o peggio in inopportune ed eccessive fascinazioni. Quella dello sciamano viene vista per quella che è, una figura particolare nel panorama delle civiltà tradizionali, e peculiare di determinate culture tribali asiatiche (anche se senz’altro si possono vedere delle analogie con analoghi personaggi dei mondi tribali nord-americani, africani e paleo-europei). Per mezzo di un apprendistato lungo e spesso doloroso, lo sciamano si ‘specializza’ (se ci è permesso usare questa espressione) nella conoscenza del mondo sottile, e può assumere di conseguenza una serie di ‘operatività’ o ‘funzioni’ che in altre Tradizioni non si trovano riunite in una sola persona. In sostanza, si può dire che lo sciamano può essere paragonato a seconda dei casi: a) ad un medico (in quanto può arrivare ad assumere la possibilità di curare efficacemente l’‘involucro psichico’ all’interno del quale si sviluppano le patologie che poi si riveleranno a livello fisico); b) ad un sacerdote (soprattutto per quanto riguarda la messa in atto dei riti funebri); c) ad un mago ‘bianco’ (nel senso della magia ‘simpatica’ di tipo protettivo, e delle arti divinatorie); d) ad uno stregone, o mago ‘nero’ (quando viceversa sviluppa determinate capacità negative, divenendo il catalizzatore di influenze infere, possibilità questa estremamente temibile, che basta da sola a far diffidare di ogni ‘esaltazione’ preconcetta dello sciamanesimo). Non è ben chiaro, oltre a questo, se in qualche caso lo sciamano possa fungere da ‘guida iniziatica’ vera e propria: a favore di questa ipotesi sembrerebbe giocare la presenza nelle culture sciamaniche di una cosmologia completa (con una suddivisione in tre mondi, “costituenti rispettivamente il dominio della manifestazione informale, sottile, e grossolana o corporea”); d’altra parte, l’eccessiva importanza data al mondo sottile e l’esagerato interesse per scienze inferiori o secondarie come la magia parrebbero essere in contrasto con il ‘rifiuto dei poteri’ necessario per raggiungere l’Obiettivo dell’iniziazione regolare, o perlomeno sembrerebbero prospettare una ‘Via’ di grande difficoltà, che avviluppa l’adepto in un mondo (quello sottile appunto) ancora più grande, complesso e pericoloso di quello grossolano, invece che ‘liberarlo’ da ogni condizionamento.

            L’articolo sulla "Framassoneria", pur non essendo privo di qualche informazione utile riguardante la fondazione delle prime logge di Massoneria speculativa in Francia, è tuttavia permeato da un tono autocelebrativo piuttosto fastidioso.

            Di Mirjam Al-Kassar abbiamo "Nascita e morte di Maria negli apocrifi". Purtroppo, come ci è stato detto, per un banale e malaugurato errore nella fase finale dell’impaginazione (errore che testimonia peraltro delle difficili condizioni in cui viene preparata questa rivista), al posto della versione finale e corretta dell’articolo, ne sono state stampate le bozze. L’autrice, con la quale abbiamo parlato, dopo esserci rammaricata dell’accaduto, ci ha inviato la versione definitiva, ben diversa (ahimè) da quella andata in stampa. Abbiamo così deciso di pubblicare noi sul sito questo bell’articolo, nel quale vengono passati in rassegna, e brevemente valutati da un punto di vista tradizionale, i principali ‘apocrifi’ relativi alla Vergine. Sarà possibile leggerne il testo per alcune settimane nella sezione della Pagina del Venerdì, restando disponibile lo stesso per il download nella sezione Archivio del sito.

 

Nel numero precedente  "Assi e piani del mondo. Le misure della terra" N° 1 anno IX 2003 (in realtà uscito nel Settembre 2005) erano presenti tra altro:

- di Miriam Alkassar, Il dritto e il rovescio delle Tavole, un commento ad una narrazione talmudica riguardante “quattro Maestri entrati nel Pardes", il giardino spirituale della lettura interiore della Torà. La storia ricorda il  successo del Rabbì Akivà, l’unico che “sa giungere dinanzi all’Eterno”.

- di Carmela Crescenti, Il Tempio al Centro del Mondo: dopo le Origini, dove si parla prima della rifondazione della Ka‘ba da parte di Abramo (che ricostruì il Tempio dopo la sua prima fondazione adamitica) e quindi della Ka‘ba Muhammadiana, con particolare attenzione al significato simbolico dei luoghi e dell’edificio (nelle varie forme assunte) e dei riti del Pellegrinaggio secondo l’interpretazione che pone in rilievo gli adattamenti resi necessari nelle varie fasi della ‘decadenza’ ciclica dell’umanità. Articolo di grande rilevanza dottrinale per comprendere i significati più profondi dei riti islamici.

 

- di Mihai Marinescu (e non Marianescu), La Tradizione nel mondo rumeno, breve introduzione al tema della diffusione della mentalità tradizionale (e delle realtà iniziatiche) in Romania, con speciale riferimento all’opera di Vasile Lovinescu.

- di Filippe Berger Una sera di Ramadan al Cairo, resoconto datato 1897 di un rito di dhikr (recitazione collettiva di formule incantatorie, in uso nelle confraternite iniziatiche islamiche) visto con gli occhi di alcuni visitatori Occidentali.

- di grande rilievo anche l’intervista di Angelos Abazoglou a Padre Somatis Keri, “uno degli ultimi depositari della tecnica tradizionale dell’esecuzione delle icone”. L’intervista si sofferma sia sugli aspetti più pratici della pittura di immagini sacre (e delle icone in particolare) nel Cristianesimo ortodosso, sia sui significati spirituali di tali tecniche pittoriche e delle opere che ne sono il risultato.

 

Catalogo L’idea Il Giornale di PensieroPer visualizzare e salvare sul proprio computer il catalogo  in formato pdf dei numeri precedentemente pubblicati de "L’idea Il Giornale di Pensiero" cliccare sul pulsante. La disponibilità effettiva di ciascun numero va verificata di volta in volta richiedendo ulteriori informazioni.

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