Edizioni Orientamento-Al Qibla per la conoscenza dell’Islam e del Sufismo, e della Tradizione Sacra 

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 LA PAGINA DEL venerdì dove si vuole ospitare e presentare scritti che trattano dell'Islam e delle Tradizioni sacre in generale  
 



 

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Questa settimana, nella "Pagina del Venerdì" proponiamo alla lettura le recensioni di due nuovi libri editi dalle Edizioni Orientamento/Al Qibla. Il primo è "Il Sahîh, ovvero ‘La giustissima sintesi’ - I Libri riguardanti la purificazione rituale" di Muhammad ben Ismâ‘îl Al-Bukhârî; il secondo è "I sette Stendardi del Califfato"di Charles-André Gilis (‘Abdu r-Razzâq Yahyâ). Speriamo possano trovare il favore e l'attenzione dei nostri lettori. Entrambi sono disponibili all'interno della sezione "Islam" del sito.

 
 

 

 

 
 

 

Recensione a

"Il Sahîh, ovvero ‘La giustissima sintesi’

I Libri riguardanti la purificazione rituale"

di Muhammad ben Ismâ‘îl Al-Bukhârî
 

 
 

 
 

        

Poco più di un anno fa le nostre edizioni ‘Orientamento/Al-Qibla’ pubblicavano raccolti in un unico volume i primi tre ‘Libri’ del Sahîh (la principale raccolta islamica di hadith, i ‘detti e fatti’ del Profeta Muhammad, su di lui la preghiera e la pace divine), Libri che definivamo ‘introduttivi’ in quanto trattando dell’‘inizio dell’ispirazione’, della ‘fede’ e della ‘conoscenza’ nella logica dell’opera di Al-Bukhârî rappresentano ciò che dell’insegnamento e dell’esempio dell’Inviato di Dio è necessario conoscere prima di ogni altra cosa. In questo nuovo volume presentiamo ora la traduzione integrale commentata (con testo a fronte) dei seguenti quattro ‘Libri’ del Sahîh, quelli che riportano gli hadith profetici riguardanti i vari aspetti della purificazione rituale: il ‘Libro quarto’ sull’abluzione minore (il wudû’), il ‘Libro quinto’ sull’abluzione maggiore (in arabo gusl), il ‘Libro sesto’ sulle mestruazioni (hayd), e il ‘Libro settimo’ sul tayammum (e cioè sul fatto di utilizzare, secondo l’espressione coranica, della «polvere buona» per purificarsi, in assenza d’acqua e in altre situazioni particolari). Ora, dopo i prolegomeni di cui abbiamo parlato il Sahîh (Testo meraviglioso che è strumento indispensabile per la conoscenza della realtà profetica nella sua dimensione spirituale, e al contempo base per l’elaborazione delle norme della Legge sacra) si appresta a lanciarsi nella descrizione dei riti che il credente è tenuto a mettere in atto, descrizione che occuperà 26 dei 97 Libri di cui è composta l’opera. Prima però bisogna occuparsi della condizione necessaria nella maggior parte dei casi perché i riti siano efficaci in quanto ‘azioni conformi all’Ordine’ e in grado mettere l’uomo in relazione a Dio, e cioè lo stato di ‘purezza’ (tahâra): in che cosa consiste, come si perde e come si acquisisce nuovamente. Il credente, nelle parole dell’Inviato di Dio, “non è mai immondo” (hadith 283), essendo pura la sua natura (fitra). Tuttavia ogni giorno gli aspetti grossolani che pure dell’uomo fanno parte offuscano la sua ‘capacità rituale’, e cioè la possibilità di attualizzare pienamente il rapporto con il Principio; tale temporanea decadenza, pur non essendo ‘peccato’, e pur non cancellando la purissima condizione ‘originale’ dell’uomo, richiede l’intervento della ‘purificazione rituale’, che viene messa in atto per mezzo dell’interiore volontà che chiamiamo ‘intenzione’ associata all’intervento dell’‘elemento’ acqua (che è vita, e che è conoscenza), o in alternativa dell’‘elemento’ terra (che è soprattutto umiltà), secondo modalità differenziate nei diversi tipi di ‘abluzione’, modalità che disegnano una geografia spirituale gerarchizzante delle varie parti del corpo umano interessate. In questo modo, l’effetto della ‘decadenza ciclica’ dell’uomo viene ad annullarsi prima virtualmente, poi fattivamente: ah, formidabile difesa quella quotidianamente messa in atto dal wudû’, dal gusl e dal tayammum! Quanto vantaggio ne trarrebbe l’uomo occidentale, la cui condizione di allontanamento dal ‘sacro’ pare così irrimediabile! Quale arma decisiva avrebbe nelle mani per mettere ogni cosa al suo posto dentro di sé, e per battere le influenze demoniache costantemente risorgenti, ed esternamente dilaganti! Un ‘Libro’ a parte, come abbiamo detto, è dedicato dal Bukhârî alle mestruazioni e ai problemi specifici che esse pongono alle donne in relazione appunto alla ‘purezza’: la donna mestruata (che non prega e non digiuna) non è ‘immonda’, o ‘impura’ nella sua essenza, e la sua paziente attesa della fine delle ciclo mestruale le viene ascritta come opera di adorazione.

 

 

Recensione a

"I sette Stendardi del Califfato"

di Charles-André Gilis (‘Abdu r-Razzâq Yahyâ)

     

Il termine ‘califfato’ richiama alla mente dei più un’istituzione politica, quale si espresse storicamente nell’Islam dall’epoca dei quattro ‘Califfi’ ben guidati (Abû Bakr, ‘Umar, ‘Uthmân e ‘Alî) sino all’ultimo califfo ottomano deposto nel 1924. In realtà, nel Corano e negli hadith profetici per khilâfa si intende qualcosa di molto più vasto e profondo, qualcosa che ha a che fare sia con la Realizzazione dell’insieme ‘sintetico’ dei Nomi divini (conformemente all’esempio di Adamo, creato secondo la ‘Forma’ divina, e al quale Dio insegna «tutti i Nomi»), sia con la salvaguardia del mondo da parte dell’Uomo reso «vicario di Dio» (khalîfatu-llahi) sulla terra. Dal punto di vista linguistico poi la radice kh-l-f (da cui khilâfa, ‘califfato’, e khalîfa, ‘califfo’) ha in arabo un triplice ordine di significati: quello di ‘prendere il posto di’ (che Gilis pone in relazione alla ‘funzione suprema’, nel senso che il khalîfa - Uomo universale rappresenta il primo determinarsi dell’Essenza divina quando volle “essere conosciuta”), quello di ‘venire dopo’ (che “si applica nella dottrina akbariana del Califfato alla successione dei mondi, degli stati di esistenza e delle benedizioni, il che evoca il potere sacerdotale”), e quello di ‘opporsi’ (“corrispondente alla funzione di ‘risolvere le opposizioni’ che concerne il potere regale in senso stretto”). Ecco che in definitiva questo libro di Gilis costituisce un commentario dei principali dati tradizionali islamici in cui si parla del ‘califfato’, alla luce dell’insegnamento del sommo Maestro dell’esoterismo islamico, Ibn ‘Arabî, a tale proposito, e con costanti riferimenti all’opera di Michel Vâlsan e di René Guénon (anche in virtù del fatto che la dottrina del Califfato esoterico “permette di integrare la nozione guénoniana di ‘Re del Mondo’ alla concezione islamica dell’‘Uomo universale’ ”). Una volta chiarito nell’Introduzione che non è tra gli scopi del libro quello di promuovere, o anche solo di affermare, la necessità di una restaurazione del Califfato esteriore islamico (restaurazione che sarà operata quando Dio vorrà dal Mahdî), e dunque dopo aver dato da subito al suo lavoro un’impronta aliena da preoccupazioni ‘attivistiche’ o ‘politiche’ (benché non per questo necessariamente ignara dello stato di disordine sociale causato nel mondo islamico dall’assenza dell’autorità esteriore del ‘Califfo’), Gilis dedica la ‘Parte prima’ del volume alla “Metafisica del califfato”, e cioè in altre parole alla Realizzazione perfetta dell’Uomo universale in quando khalîfa, dato che “secondo il significato esoterico più elevato,” egli dice, “il Califfato designa il grado e la funzione dell’Uomo universale in quanto manifesta la perfezione della Forma divina” (pag. 11). In seguito vengono considerati i diversi aspetti del manifestarsi esteriore di tale Realizzazione. Più in particolare, nella ‘Parte seconda’ si parla del “Califfato assiale”: se il khalîfa - Uomo universale sintetizza in sé l’insieme dei Nomi divini, e se questi sono disposti in reciproca e complementare ‘opposizione’ (come ad es. i Nomi al-muhy, ‘Colui che dà vita’, e al-mumît, ‘Colui che dà morte’, o an-nâfi‘, ‘Colui che è utile’, e ad-dârr, ‘Colui che danneggia’), ecco che “il Califfo opera sia l’‘unione dei complementari’ (…), che la risoluzione delle opposizioni” (pag. 67), e la sua ragion d’essere sarà “quella di neutralizzare le opposizioni e i conflitti, il cui sviluppo porterebbe alla dissoluzione del mondo” (pag. 70). Egli assume dunque una funzione ‘assiale’, che la Tradizione islamica evoca “con diversi simboli dell’Asse del mondo”, come l’albero, la spada, la colonna e la bilancia. Essendo l’Asse del mondo in relazione tanto con il ‘Principio’ superiore quanto con la ‘manifestazione’, la Realizzazione propria del Califfo (a differenza ad esempio di quella del ‘Santo’) non sarebbe completa se non comprendesse un aspetto ‘discendente’: anche per questo il testo coranico precisa che Allah con Adamo stabilisce «un califfo sulla terra», e non in cielo, o in Paradiso (precisazione dalla quale l’autore prende spunto per una serie di considerazioni riguardanti l’‘eccellenza della Terra’ dal punto di vista islamico). La ‘Parte terza’ e conclusiva del lavoro di Gilis riguarda “Il Ciclo del Califfato”, sinteticamente rappresentato nelle sue modalità primordiale, mediana e finale da tre Profeti: Adamo, Davide (Dâwûd) e Muhammad. La venuta di Sayyidu-nâ Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) costituisce nello stesso tempo il termine di tale ‘ciclo’ e l’instaurarsi dell’aspetto spirituale supremo (caratterizzato dalla ‘servitù assoluta’) di quest’ultimo; così “l’Islam è chiamato a divenire virtualmente, e poi effettivamente, l’‘Arca della salvezza’ che raduna e riunisce tutte le forze tradizionali che ancora sussistono, e dalla quale usciranno i fermi del ciclo futuro (…). Instaurato in virtù di una Rivelazione privilegiata operante la sintesi tradizionale dell’intero ciclo umano, l’Islam appare nella sua purezza originaria come il supporto provvidenzialmente predisposto in vista di una esteriorizzazione finale del Centro supremo”. Tale in definitiva lo schema delle tematiche affrontate da Gilis in questo bellissimo testo, nel quale si mostra tra l’altro come le concezioni espresse da Guénon trovino un preciso corrispondente nelle dottrine islamiche più rigorose. Si tratta infine di un testo che contiene numerosi altri approfondimenti di grande interesse per il lettore, da differenti punti di vista: la concezione della servitù, i simbolismi richiamati dal ‘triangolo dell’androgino’, il disordine e i pericoli generati da Al-Hallâj, il ruolo del Mahdî e del Cristo della seconda venuta, il simbolismo delle ‘lettere deboli’ e delle vocali ‘brevi’ dell’alfabeto arabo, le dottrine cicliche dell’Islam, l’aspetto di ‘prova’ insito nel califfato, il pericolo rappresentato dalla passione, l’idea del ‘santo Impero’ e il suo rapporto con la concezione del califfato, gli angeli e i jinn come rappresentativi degli stati superiori e di quelli ‘sottili’ dell’essere, la dottrina guénoniana della ‘Tradizione primordiale’ e i suoi riferimenti islamici, i simbolismi legati ai giorni della settimana, l’idea di un ‘deposito di fiducia’ affidato al khalîfa, il simbolismo della preghiera rituale, i quattro elementi, l’eccellenza della formula rituale ‘Non v’è potenza né forza se non in Allah, l’Elevato, l’Immenso’, il divino Volere, il concetto di wujûd come ‘Realtà attuale’, il simbolismo dello specchio ecc. 

 
   


 

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