“Sappi che la rivelazione del Corano (inzâl)
è
continuamente rinnovata nei cuori di coloro che lo
recitano. Costoro non possono recitarlo se non in virtù
di un rinnovamento che discende procedendo da Allâh,
l’Altissimo, il Sapiente, il Lodato. Il cuore di coloro
che lo recitano e che cercano di operare questa discesa
è un trono sul quale il Corano siede in maestà, nella
sua discesa (...). La
qualificazione con la quale il Corano appare nella sua
discesa riflette quella del cuore che diviene un trono
affinché il Corano possa sedersi su di esso.”
‘Abdu
r-Razzâq Yahyâ (Charles-André
Gilis): Qâf e i misteri del Glorioso Corano Campegine (RE)
2022, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 210 pagg.,
€
18,30 - ISBN 9788889795293
...“Vedi inoltre com’è sorprendente il modo in cui Allâh
insegna quel che vuol dire ai Suoi servi che mantengono
un pio timore, coloro dei quali ha detto: «Serbate il
pio timore di Allâh, ed Egli stabilirà per voi un Libro
che discrimina (furqânan)»
(VIII, 29).
E ancora: «Serbate il pio timore di Allâh, ed Allâh vi
insegnerà» (II,
282), il che
significa che Egli vi comunicherà i significati (ma‘ânî)
del Corano, e voi otterrete con questo (la scienza) di
ciò che ha veramente voluto dire Colui che ha parlato
per mezzo di esso (rivelandolo). In effetti, la
comprensione del discorso della persona che parla non
consiste nel sapere in maniera esaustiva tutto ciò che
comporta ciascuna delle sue parole secondo il senso
abituale che viene compreso da coloro che praticano la
sua lingua (ahl hâdhâ-l-lisân). Essa consiste
piuttosto nel conoscere ciò che questa persona ha
veramente voluto dire: ha cercato di comunicare tutti i
significati possibili, o solamente alcuni di essi? Devi
distinguere tra la comprensione del discorso e la
comprensione dell’intenzione di colui che lo pronuncia,
e che è la sola cosa che importa. La comprensione di
questa intenzione non appartiene che a colui sul cuore
del quale è disceso il Corano, mentre la comprensione
del discorso esteriore è quella dei comuni credenti.
Ogni Conoscitore che comprende l’intenzione di Colui che
parla comprende anche il Discorso, mentre chi comprende
il Discorso non comprende necessariamente in maniera
precisa l’intenzione di Colui che lo proferisce”...
(Dal Capitolo IV - La Recitazione rituale).
INDICE
GENERALE - Cap. I: La Preghiera della Festa. Cap. II: Una
«Creazione nuova». Cap. III: Il Corano e il Cuore. Cap. IV: La Recitazione rituale. Cap. V: Il Corano Glorioso.
Cap. VI: Una Teofania polare. Cap. VII: La Santa Casa.
Cap. VIII: La Gente della Casa. Cap. IX: La Gloria del
Volto. Cap. X: La Tavola Custodita. Cap. XI: Le
Preferenze divine. Cap. XII: La fine di un mondo. Cap. XIII: «Ora, mentre prima resistevi». Cap. XIV: Il Libro
del Jafr. Cap. XV: Le condiscendenze della Qâf.
Cap. XVI: Il Banchetto divino. Cap. XVII: La Tavola
rotonda e il Sigillo dei Santi. Cap. XVIII: L’Unico, il
Riduttore universale. Cap. IXX: La montagna Qâf.
Cap. XX: Il cavallo dell’Apocalisse.
Cap. XXI: L’Uccello
rosso. Addenda. Indice dei termini. Indice dei versetti
coranici.
Il Profeta, su di lui la Grazia e la Pace!, ha detto:
“La miglior preghiera di domanda (du‘â)
è quella effettuata il giorno di Arafa,
e la miglior cosa che ho detto,
io ed i profeti che mi hanno preceduto,
è
lâ ilâha illâ Allâh
[‘Non v’è divinità all’infuori di Allah’].”
Il
tawhîd
è la dottrina dell’unità principiale; questo termine
designa sia la proclamazione esteriore sia la
realizzazione iniziatica di questa unità. La dottrina
del
tawhîd
viene abitualmente presentata come il fondamento
caratteristico della religione islamica, ma v’è in ciò
una interpretazione riduttiva che richiede una
precisazione. Il Profeta, su di lui la Grazia e la
Pace!, ha detto: “La miglior preghiera di domanda (du‘â)
è quella effettuata il giorno di Arafa, e la miglior
cosa che ho detto, io ed i profeti che mi hanno
preceduto, è
lâ ilâha illâ Allâh
[‘Non v’è divinità all’infuori di Allah’].” Se tutti gli
elementi di questo hadith profetico racchiudono un senso
esoterico, il più notevole è l’affermazione che il
tawhîd
è una dottrina universale, presente nel cuore di tutte
le rivelazioni tradizionali; essa non è affatto propria
in via esclusiva dell’Islâm inteso nel senso storico del
termine. L’Islam non si distingue dalle altre religioni
per la dottrina del
tawhîd,
ma unicamente per il fatto che proclama in maniera
aperta ed esplicita l’universalità del
tawhîd,
nel tempo come nello spazio, dall’origine dell’umanità
attuale sino ai nostri giorni, in ogni luogo, e fino ai
confini della terra. Negare questa universalità è
ignorare la ragion d’essere dell’Islam e il fondamento
dell’eccellenza islamica, che il
tasawwuf
mette in luce e dimostra, mentre viene compromesso
dall’ignoranza e dal settarismo integralisti... [dal
Capitolo 1: Il Tawhîd dei Profeti]
INDICE GENERALE -
I - Il Tawhîd
universale nell’opera di Sheikh Abd al-Wâhid (René
Guénon). 1 - Il Tawhîd dei Profeti. 2 - Tawhîd
metafisico e Tawhîd formale. 3 - La sorte
dell’Occidente. 4 - Tasawwuf e Religione comune.
5 - Unità ed universalità del Tawhîd. 6 - La
funzione islamica di Sheikh Abd al-Wâhid. 7 - La missione
suprema dell’Islâm.
8 -
Incomprensioni e rifiuti. 9 - Tawhîd e
Jihâd.
II - L’Ikhlâs. - III - Il Tawhîd nella Sura
Al-Ikhlâs: Qul. Huwa.Allâh.Huwa Allâh.Ahad.Allâhu s-Samad.- 165Lam yalid wa lam yûlad.
Wa lam yakun la-hu kufu’an
ahad.
IV - Khâlisatun
la-ka. Testo di Ibn Arabî. Commento. Indici.
Indice
analitico. Indice dei versetti del Corano. Indice
generale.
"Se il digiuno appare come il simbolo e il mezzo per eccellenza
della Via metafisica, è anche perché
si tratta di un segreto; esso non comporta nessuna
manifestazione esteriore, e permane ‘esoterico’
nel senso letterale e completo del termine.
È metafisico nella sua essenza,
perché non appartiene all’ordine naturale
e manifesta direttamente la trascendenza divina."
Ibn Arabî: Testi sul digiuno, tradotti e presentati da ‘Abdu
r-Razzâq Yahyâ
(Charles-André Gilis) Campegine (RE)
Settembre 2016, Edizioni Orientamento/Al-Qibla,
88
pagg.,
€
12,50
- ISBN 9788889795194
Presentazione dell'Editore
Questo libro fu pubblicato per la prima volta in Algeria
nel 1989, e consiste in una scelta di testi riguardanti
il digiuno islamico tratti dalle Futûhât di Ibn
‘Arabî, tradotti in francese, introdotti ed annotati da
Charles-André Gilis, nell’Islam ‘Abdu r-Razzâq Yahyâ.
Esso costituisce in ordine di tempo il primo di una
serie di studi che Gilis sta dedicando (sotto forma di
‘traduzioni commentate’ di testi ibnarabiani, o di
elaborazioni diciamo autonome, per quanto sempre
‘tradizionali’) a diversi aspetti fondamentali
dell’Islam, studi che si affiancano a quelli più
specificamente dedicati all’esoterismo islamico (tra i
quali decisamente notevole è la traduzione commentata
dei Fusûsu l-hikam di Ibn ‘Arabî), e a quelli in
cui Gilis cerca di orientare il lettore ad una
conoscenza maggiormente ‘operativa’ dell’opera di Guénon
(svelandone tra l’altro la ‘finalità’ islamica), e di
Vâlsan.
A proposito di questo filone
dell’opera di Gilis, che riguarda più direttamente i fondamenti dell’Islam,
già abbiamo tradotto e pubblicato per la nostra casa editrice le opere
riguardanti il Pellegrinaggio (dal titolo “La dottrina iniziatica del
Pellegrinaggio”), la concezione tradizionale di ‘Califfato’ (“I sette
stendardi del Califfato”) e la zakât, o elemosina rituale
(“Metafisica della Zakât”); per altri editori sono apparsi poi “Lo Spirito
universale dell’Islam” e “Integrità islamica: né integralismo né
integrazione”. Altri testi non ancora tradotti in italiano concernono la
preghiera comunitaria del Venerdì, la preghiera sui defunti, la nozione di
al-Haqq (Allah in quanto ‘Vero’ che annienta il falso), i concetti di
ikhlâs (‘dedizione totale’, ‘culto purissimo’) e di tawhîd
(dottrina dell’‘Unità’), il Corano e le ‘attestazioni dell’Unità’ in esso
presenti.
Si tratta a nostro avviso di libri di importanza fondamentale: infatti in
essi Gilis parte invariabilmente da testi o brani di Ibn ‘Arabî (il ‘sommo
Maestro’, ash-Shaykhu l-akbar, dell’esoterismo islamico), che
diventano il supporto di un lavoro di chiarimento dei vari aspetti
dell’Islam, nel loro significato più profondo, per mezzo della terminologia
e dei concetti presentati in Europa da René Guénon (nell’Islam ‘Abdu l-Wâhid
Yahyâ) con il fine di spiegare le realtà tradizionali ad un mondo che ne è
sempre più dimentico, e secondo un ‘metodo’ di cui Michel Vâlsan (Mustafâ
‘Abdu l-‘Azîz) è stato il precursore. Se si pone mente al rango di questi
Maestri, e più ancora alle loro rispettive funzioni, non stupirà se l’opera
di ‘coniugazione’ proposta da Gilis apra la porta a prospettive nuove e per
certi versi anche sorprendenti: se infatti da una parte si disserrano
(avvalendosi principalmente dell’opera ibnarabiana) i segreti più profondi
dell’Islam, e se dall’altra essi vengono poi per così dire palesati nel loro
significato più universale (utilizzando la presentazione guenoniana dei
principi fondamentali della Tradizione, ed il linguaggio a tale
presentazione più consono, secondo il ‘metodo’, dicevamo, di Vâlsan), si può
finalmente giungere a quella che abbiamo chiamato una ‘coniugazione’, una
coniugazione cioè del ‘verbo’ islamico nelle forme più consone alla
situazione attuale, in vista dell’assunzione apertamente visibile, da parte
della Religione islamica, del suo ruolo di Tradizione finale, e dunque
necessariamente ‘ricapitolativa’ delle forme che la precedono, ed
altrettanto necessariamente affermativa delle prerogative sue proprie.
Non si creda che sia un’opera facile: proprio i libri di Gilis stanno a
testimoniare come si tratti di un lavoro che esige grande attenzione, se non
si vuol venir meno al compito che ci si è prefissi: da una parte infatti i
più profondi significati dell’Islam sono spesso contenuti in dati
tradizionali non ben conosciuti in Occidente, o si trovano nascosti nelle
pieghe della lingua araba del Corano e degli hadith, così che parlarne rende
necessario dispiegare tali dati e presentare le possibilità espressive
dell’arabo, in un’argomentare che può risultare sulle prime piuttosto arduo
(e certamente seccante per il lettore europeo avvezzo a non far sforzi e a
leggere … quanto già si aspetta di trovare); d’altra parte, i necessari
riferimenti universalizzanti e metafisici, espressi nel linguaggio
guenoniano, possono suscitare fastidio o anche rifiuto nel lettore musulmano
non abituato a certi paralleli e ad un certo modo di esprimersi. In un caso
e nell’altro, per quanto si abbia cura di facilitare nei limiti del
possibile la comprensione dei testi (ed il superamento di quanto, del senso
di fastidio o di repulsione, possa essere causato non da odio per la
Tradizione ma da errati accostamenti, o da diffidenze che, se spesso hanno
fondato motivo, qui risultano male indirizzate), pure si dovrà tirare
diritto e dire quello che va detto, se veramente il fine è quello di
conformarsi al Vero senza temere, per usare un’espressione coranica, ‘il
biasimo dei biasimatori’: è certo infatti che se ci si priva della ‘base’
islamica si dà un’indicazione errata (perché si oscura al lettore l’accesso
alla ‘scala’ provvidenzialmente posta a conformarsi alla Realtà divine ed a
salire alla Conoscenza), come si dà un’indicazione errata se si elimina il
riferimento esplicito, espresso in un linguaggio adatto alla situazione
attuale (che vede la compresenza di varie Tradizioni), alle Dottrine
metafisiche (perché così si tarpano le ali a chi è in grado di coglierle).
Tale ‘tirare diritto’ ignorando il biasimo di lettori male avvertiti è il
segno che caratterizza i libri veramente ‘operativi’, nel senso
dell’avvicinamento a Dio e alla Conoscenza, i libri dunque che portano vero
soccorso intellettuale: e certamente i libri di Gilis ne fanno parte. Nel
presente testo, Gilis traduce e presenta diversi brani di Ibn ‘Arabî tratti
dalle Futûhât, ed aventi ad oggetto il digiuno, con particolare
riferimento al digiuno obbligatorio del mese di Ramadan. Nella sua
bellissima Introduzione, dove si riassumono e si interpretano le
tematiche poi esposte dal ‘sommo Maestro’, Gilis pone l’accento sul
carattere al contempo universale e metafisico del digiuno; e se
sull’universalità del digiuno non c’è bisogno di spendere molte parole (dal
momento che essa è affermata a chiare lettere dal Corano stesso laddove dice
«O voi che avete fede, vi è stato prescritto il digiuno come è stato
prescritto a coloro che vennero prima di voi», II, 183), è sul suo
carattere ‘metafisico’ che si concentra l’argomentazione di Gilis,
riflettendo come specchio fedele quella di Ibn ‘Arabî. Ora, il digiuno
consiste, secondo la definizione ibnarabiana, in “un’astinenza (imsâk)
che procura a coloro che digiunano un’elevazione (rif‘a)
presso Allah l’Altissimo.” I due termini ‘astinenza’ ed ‘esaltazione’ sono
in realtà complementari nel digiuno: l’astinenza infatti, dice Gilis, “è il
punto di partenza di ogni sviluppo spirituale”, e fa sì che il digiuno
inteso iniziaticamente rappresenti “il rigetto dell’insieme delle condizioni
limitative, qualsiasi esse siano”, ciò che è in effetti già ‘esaltazione’, e
cioè superamento delle limitazioni proprie dell’essere individuale (ciò che
ben si comprende se si riflette sul fatto che nel digiuno islamico “i
divieti divini riguardano soltanto le modalità corporea e sottile della
condizione umana”). Così, “il digiuno ha per effetto immediato di rivelare
all’uomo la dimensione ‘verticale’ e sovra-individuale del proprio essere”,
e grazie ad esso “l’uomo si libera dai desideri e dalle passioni della
propria anima”, in modo tale che “il suo cuore si placa” e “si sottomette
senza difficoltà all’Ordine divino.” Si comprende allora come, quanto meno
virtualmente, “la qualità divina realizzata dal digiunante” sia “la
trascendenza” (ciò che diviene chiaramente effettivo nella pratica del
‘digiuno continuo’, wisâl, propria del Profeta,
come anche di Gesù, sayyidu-nâ ‘Îsâ).
Inoltre, “se il digiuno appare come il simbolo e il mezzo per eccellenza
della Via metafisica, è anche perché si tratta di un segreto; esso non
comporta nessuna manifestazione esteriore, e permane ‘esoterico’ nel senso
letterale e completo del termine. È metafisico nella sua essenza, perché non
appartiene all’ordine naturale e manifesta direttamente la trascendenza
divina.”
Passando più in specifico al digiuno di Ramadan, prima viene brevemente
considerata la sua relativa eccellenza nei confronti di altre due opere
obbligatorie (la preghiera e il Pellegrinaggio), quindi si fa notare lo
stretto legame (segnalato da Ibn ‘Arabî, ma anche da molti altri testi
tradizionali) che lega il ‘Ramadan’ (parola che tra l’altro è anch’essa,
secondo un noto hadith profetico, un Nome divino) con as-Samad, Nome
di Allah dal senso enigmatico, ma qui legato principalmente ai significati
di ‘Sostegno universale’ e di ‘Essere trascendente’ che non ha bisogno di
bere e di mangiare. Di seguito, essendo la giornata di Ramadan divisa tra
una parte diurna (in cui in effetti si digiuna) ed una notturna (in cui si
mangia e si beve, e in cui è raccomandato vegliare), si considera come il
Ramadan riassuma in sé la ‘Via ascendente’ (legata necessariamente al
“rigetto di ogni condizione limitativa”, e dunque al digiuno diurno), e la
‘Via discendente’ (con la rottura del digiuno, e soprattutto con la
rivelazione del Corano, che ha luogo durante il mese di Ramadan, nella
‘Notte del Valore’, laylatu l-qadr), o ancora come rappresenti
“l’Unità divina del Principio e della Sua Manifestazione”, o, da un altro
punto di vista, “l’Unità essenziale
tra Allah (…) e il Suo Profeta”,
laddove
“all’Altissimo corrispondono il digiuno e la trascendenza del Mistero, e al
Suo Beneamato”, e cioè al Profeta,
“l’ampiezza misericordiosa, la concessione del cibo e l’immanenza della
Rivelazione.”
Questi in estrema sintesi i principali temi dottrinali affrontati nell’Introduzione
di Gilis, che fa da ‘specchio fedele’, come dicevano, e chiarificante dei
testi ibnarabiani di seguito tradotti, e i cui significati potranno essere
penetrati più agevolmente da lettore. Di tali testi, il primo consiste nella
‘Poesia iniziale’ del cap. 71 delle Futûhât (riguardante il digiuno);
il secondo è dedicato alla ‘Definizione del digiuno’; il terzo alla ‘Forma
spirituale del digiuno’; il quarto testo riguarda ‘Il digiuno di coloro che
hanno conoscenza per mezzo di Allah’, coloro cioè che hanno Conoscenza
metafisica; nel quinto e nel sesto si fa un parallelo tra ‘Digiuno e
preghiera rituale’ (salât); nel settimo e nell’ottavo si considera
‘La fame’, e nel nono ‘Il mese di Ramadan’; il decimo testo infine è un
‘Commento dei versetti relativi al digiuno del mese di Ramadan’ e cioè dei
versetti 183-187 della seconda Sura coranica, la Sura della Vacca
Sacrificale.
INDICE GENERALE -
Introduzione. Testi di Ibn Arabî - 1. La poesia iniziale
-
2. Definizione del digiuno - 3. Forma spirituale del
digiuno - 4. Il digiuno di coloro che hanno conoscenza
per mezzo di Allah - 5 e 6. Digiuno e preghiera rituale
-
7 e 8. Sulla fame - 9. Il mese di Ramadan -
10. Commento dei
versetti relativi al digiuno del mese di Ramadan.
Indice dei soggetti, dei nomi e dei termini arabi.
Indice dei versetti del Corano.
«Preleva delle
loro ricchezze un’elemosina (sadaqa),
per mezzo della quale li monderai
e li purificherai, e compi la preghiera su di loro,
perché le tue preghiere sono per loro un riposo.
E Allah è Udente e Sapiente» (IX, 103).
E per un’anima e Ciò che l’ha formata armoniosamente,
e le ha ispirato la sua iniquità e il suo pio timore.
Chi la purificherà (zakkâ-hâ) conoscerà il successo,
e chi cercherà di mantenerla per sé sarà deluso» (XCI, 7-10)
‘Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis):
Metafisica della zakât
Campegine (RE) Giugno 2014, Edizioni Orientamento/Al-Qibla,
169
pagg.,
€
16,50
- ISBN 9788889795163
La zakât è l’‘elemosina rituale’ e fa parte dei
‘pilastri’ dell’Islam; il termine deriva da una radice
araba avente il senso di ‘purificazione’. Sulla base
dell’opera di Ibn Arabî (ma anche di quella di René
Guénon e di Michel Vâlsan, nell’Islam Sheykh Abd
al-Wâhid Yahyâ e Sheykh Mustafâ Abd Al-Azîz), Gilis la
considera principalmente come il ‘diritto di Allah’ che
deve essere riconosciuto tanto sulle ricchezze quanto
sull’anima stessa dell’uomo, e va alla ricerca delle
implicazioni di ordine ‘metafisico’ che se ne possono
legittimamente dedurre. “La zakât iniziatica,”
dice Gilis, “appare essenzialmente come una
purificazione rispetto a tutto ciò che è ‘illusione’, il
che è come dire che la dottrina che vi si riferisce è
una dottrina della realizzazione attraverso la
Conoscenza.”
Definita come il diritto di Allâh, la
zakât è l’essenza della Via iniziatica; essa concerne sia la realizzazione
spirituale e metafisica che il governo esoterico del mondo (tasarruf). Il
diritto di Allâh sulle ricchezze non è che una modalità di quello che
l’Altissimo detiene sulle anime. Il riconoscimento del diritto divino in
ogni dominio ed a proposito di ogni questione particolare esprime la servitù
perfetta di colui che ha raggiunto il grado supremo. La metafisica della
zakât non è un modo tra gli altri di prendere in considerazione la zakât: è
l’essenza stessa di questa. Il termine ‘metafisica’ si riferisce alla zakât
in ragione della sua costituzione etimologica, perché designa ciò che è
‘aldilà’ (è il senso del greco meta) del dominio fisico, che è quello della
Natura primordiale (tabî‘a). La zakât è la realizzazione del
tawhîd, ed è
anche il vero jihâd: «Conducete il jihâd in Allâh secondo la verità del Suo
jihâd (wa jâhidû fî-Llâhi haqqa jihâdi-Hi» (XXII, 78). La formula del
tahlîl,
lâ ilâha illâ Allâh [‘non v’è divinità all’infuori di Allah’, o ‘non v’è
divinità se non Allah’], è per eccellenza quella della zakât metafisica ed
iniziatica. Ricordiamo che lo Shaykh Mustafâ Abd al-‘Azîz [Michel Vâlsan]
stabiliva una correlazione tra i quattro termini di questa formula ed i riti
fondamentali sui quali, secondo la parola profetica, l’Islâm è stato
costruito, e cioè rispettivamente il digiuno, la preghiera rituale,
l’elemosina legale e il pellegrinaggio. La zakât corrisponde al termine
illâ
(‘se non’, [‘ad eccezione di’]): esteriormente perché non v’è elemosina
legale se non nel caso in cui vi sia un ammontare minimo di ricchezza;
spiritualmente perché illâ esprime il ‘capovolgimento’ che opera la
purificazione rituale e la trasformazione, il passaggio dall’illusione alla
realtà... (dall'introduzione dell'autore).
INDICE GENERALE: 1.
Introduzione generale - 2. I gradi della zakât -
3. La poesia introduttiva - 4. Gli otto tipi di doni -
5. La zakât legale: Le condizioni essenziali ;
Coloro che devono la zakât ; I beneficiari; I
beni imponibili - 6. La zakât spirituale - 7. La
zakât iniziatica - 8. Zakât diverse - 9.
La zakât universale - 10. Il diritto di Allâh -
11. La fine dell’immunità. Indice tematico.
Indice dei versetti del Corano. Indice generale.
Secondo
le narrazioni tradizionali,
quando l’Angelo Gabriele insegnò ad Adamo il modo di
compiere i giri intorno alla Kaaba, questi gli chiese:
“E cosa dite dunque (voi Angeli) quando girate
intorno a questa Casa?” Gabriele, su di lui la Pace!, rispose:
“Diciamo subhâna Allâh (gloria alla trascendenza
di Allâh), al-hamdu li-Llâhi (lode ad Allâh), lâ ilâha illâ
Allâh
(non v’è Dio che non sia Allâh) e Allâhu Akbar
(Allâh è il più grande).” Adamo allora disse:
“E io vi aggiungo questa formula: lâ hawla wa lâ quwwata illâ bi-Llâh al-‘Alî al-‘Azîm
(non v’è potenza né forza se non
per mezzo di Allâh, l’Elevato, l’Immenso).”
‘Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): I sette
stendardi del Califfato
Campegine (RE) 2009, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 277
pagg.,
€
20
- ISBN 9788889795057
Il termine ‘califfato’ richiama alla mente dei più
un’istituzione politica, quale si espresse storicamente
nell’Islam dall’epoca dei quattro ‘Califfi’ ben guidati
(Abû Bakr, ‘Umar, ‘Uthmân e ‘Alî) sino all’ultimo
califfo ottomano deposto nel 1924. In realtà, nel Corano
e negli hadith profetici per khilâfa si intende
qualcosa di molto più vasto e profondo, qualcosa che ha
a che fare sia con la Realizzazione dell’insieme
‘sintetico’ dei Nomi divini (conformemente all’esempio
di Adamo, creato secondo la ‘Forma’ divina, e al quale
Dio insegna «tutti i Nomi»), sia con la salvaguardia del
mondo da parte dell’Uomo reso «vicario di Dio»
(khalîfatu-llahi)
sulla terra.
Inoltre, dal punto di vista linguistico la radice kh-l-f (da cui
khilâfa, ‘califfato’, e khalîfa, ‘califfo’) ha in arabo un
triplice ordine di significati: quello di ‘prendere il posto di’ (che Gilis
pone in relazione alla ‘funzione suprema’, nel senso che il khalîfa -
Uomo universale rappresenta il primo determinarsi dell’Essenza divina quando
volle “essere conosciuta”), quello di ‘venire dopo’ (che “si applica nella
dottrina akbariana del Califfato alla successione dei mondi, degli stati di
esistenza e delle benedizioni, il che evoca il potere sacerdotale”), e
quello di ‘opporsi’ (“corrispondente alla funzione di ‘risolvere le
opposizioni’ che concerne il potere regale in senso stretto”). Ecco che in
definitiva questo libro di Gilis costituisce un commentario dei principali
dati tradizionali islamici in cui si parla del ‘califfato’, alla luce
dell’insegnamento del sommo Maestro dell’esoterismo islamico, Ibn ‘Arabî, a
tale proposito, e con costanti riferimenti all’opera di Michel Vâlsan e di
René Guénon (anche in virtù del fatto che la dottrina del Califfato
esoterico “permette di integrare la nozione guénoniana di ‘Re del Mondo’
alla concezione islamica dell’‘Uomo universale’ ”). Una volta chiarito
nell’Introduzione che non è tra gli scopi del libro quello di promuovere, o
anche solo di affermare, la necessità di una restaurazione del Califfato
esteriore islamico (restaurazione che sarà operata quando Dio vorrà dal
Mahdî), e dunque dopo aver dato da subito al suo lavoro un’impronta aliena
da preoccupazioni ‘attivistiche’ o ‘politiche’ (benché non per questo
necessariamente ignara dello stato di disordine sociale causato nel mondo
islamico dall’assenza dell’autorità esteriore del ‘Califfo’), Gilis dedica
la ‘Parte prima’ del volume alla “Metafisica del califfato”, e cioè in altre
parole alla Realizzazione perfetta dell’Uomo universale in quando khalîfa,
dato che “secondo il significato esoterico più elevato,” egli dice, “il
Califfato designa il grado e la funzione dell’Uomo universale in quanto
manifesta la perfezione della Forma divina” (pag. 11). In seguito vengono
considerati i diversi aspetti del manifestarsi esteriore di tale
Realizzazione. Più in particolare, nella ‘Parte seconda’ si parla del
“Califfato assiale”: se il khalîfa - Uomo universale sintetizza in sé
l’insieme dei Nomi divini, e se questi sono disposti in reciproca e
complementare ‘opposizione’ (come ad es. i Nomi al-muhy, ‘Colui che
dà vita’, e al-mumît, ‘Colui che dà morte’, o an-nâfi‘, ‘Colui
che è utile’, e ad-dârr, ‘Colui che danneggia’), ecco che “il Califfo
opera sia l’‘unione dei complementari’ (…), che la risoluzione delle
opposizioni” (pag. 67), e la sua ragion d’essere sarà “quella di
neutralizzare le opposizioni e i conflitti, il cui sviluppo porterebbe alla
dissoluzione del mondo” (pag. 70). Egli assume dunque una funzione
‘assiale’, che la Tradizione islamica evoca “con diversi simboli dell’Asse
del mondo”, come l’albero, la spada, la colonna e la bilancia. Essendo
l’Asse del mondo in relazione tanto con il ‘Principio’ superiore quanto con
la ‘manifestazione’, la Realizzazione propria del Califfo (a differenza ad
esempio di quella del ‘Santo’) non sarebbe completa se non comprendesse un
aspetto ‘discendente’: anche per questo il testo coranico precisa che Allah
con Adamo stabilisce «un califfo sulla terra», e non in cielo, o in Paradiso
(precisazione dalla quale l’autore prende spunto per una serie di
considerazioni riguardanti l’‘eccellenza della Terra’ dal punto di vista
islamico). La ‘Parte terza’ e conclusiva del lavoro di Gilis riguarda “Il
Ciclo del Califfato”, sinteticamente rappresentato nelle sue modalità
primordiale, mediana e finale da tre Profeti: Adamo, Davide (Dâwûd) e
Muhammad. La venuta di Sayyidu-nâ Muhammad (su di lui la preghiera e la pace
divine) costituisce nello stesso tempo il termine del ‘ciclo del Califfato’
e l’instaurarsi dell’aspetto spirituale supremo (caratterizzato dalla
‘servitù assoluta’) di quest’ultimo; così “l’Islam è chiamato a divenire
virtualmente, e poi effettivamente, l’‘Arca della salvezza’ che raduna e
riunisce tutte le forze tradizionali che ancora sussistono, e dalla quale
usciranno i germi del ciclo futuro (…). Instaurato in virtù di una
Rivelazione privilegiata operante la sintesi tradizionale dell’intero ciclo
umano, l’Islam appare nella sua purezza originaria come il supporto
provvidenzialmente predisposto in vista di una esteriorizzazione finale del
Centro supremo”. Tale in definitiva lo schema delle tematiche affrontate da Gilis in questo bellissimo testo, nel quale si mostra tra l’altro come le
concezioni espresse da Guénon trovino un preciso corrispondente nelle
dottrine islamiche più rigorose. Si tratta di un testo che contiene numerosi
altri approfondimenti di grande interesse per il lettore, sia dal punto di
vista ‘religioso’ che da quello ‘iniziatico’, riguardanti ad es. la
concezione della servitù, i simbolismi richiamati dal ‘triangolo
dell’androgino’, il disordine e i pericoli generati da Al-Hallâj, il ruolo
del Mahdî e del Cristo della seconda venuta, il simbolismo delle ‘lettere
deboli’ e delle vocali ‘brevi’ dell’alfabeto arabo, le dottrine cicliche
dell’Islam, l’aspetto di ‘prova’ insito nel califfato, il pericolo
rappresentato dalla passione, l’idea del ‘santo Impero’ e il suo rapporto
con la concezione del califfato, gli angeli e i jinn come rappresentativi
degli stati superiori e di quelli ‘sottili’ dell’essere, la dottrina
guénoniana della ‘Tradizione primordiale’ e i suoi riferimenti islamici, i
simbolismi legati ai giorni della settimana, l’idea di un ‘deposito di
fiducia’ affidato al khalîfa, il simbolismo della preghiera rituale,
i quattro elementi, l’eccellenza della formula rituale ‘Non v’è potenza né
forza se non in Allah, l’Elevato, l’Immenso’, il divino Volere, il concetto
di wujûd come ‘Realtà attuale’, il simbolismo dello specchio ecc.
INTRODUZIONE DELL’AUTORE
La dottrina dei sette Stendardi fa riferimento esclusivamente al Califfato
esoterico. Preveniamo fin dall’inizio un malinteso: non abbiamo cercato né
apertamente, né in modo indiretto o nascosto, di stabilire la necessità di
restaurare nell’Islam il Califfato esteriore, al quale secondo Ibn Arabî
appartiene la Spada. È importante insistere su questo punto, tanto più che
tale restaurazione, che deve essere operata dal Mahdî, può essere
considerata a buon diritto come una delle applicazioni cicliche della
dottrina di cui si tratta. Il Mahdî è designato come ‘l’ultimo dei Califfi’,
nel senso abituale ed istituzionale del termine; allo stesso tempo egli
assumerà, come i primi quattro successori del Profeta, una funzione
superiore nell’ordine esoterico. Il suo avvento sarà il risultato di una
Elezione divina, senza l’intervento di alcuna volontà o, a maggior ragione,
di una qualsivoglia ‘politica’ umana. Verrà quando sarà il momento, un
momento noto solo ad Allâh.
La dottrina ciclica del Califfato, di cui tratta la terza parte del nostro
lavoro, sviluppa, nel senso dell’‘ampiezza’ propria di un particolare stato
d’esistenza, la nozione di ‘Califfato assiale’ definito e descritto nella
seconda parte. Essa presenta un interesse particolare nella prospettiva
aperta dall’opera di René Guénon, perché mostra come l’Islam consideri tanto
la diversità delle forme tradizionali scaturite dalla Tradizione
primordiale, quanto la sua propria funzione escatologica. Essa ha come punto
di partenza una nota di Michel Vâlsan, la cui importanza ci sembra
sottolineata dal fatto che è stata aggiunta alla versione iniziale del suo
studio su
Il Triangolo dell’Androgino (Études Traditionnelles, 1964).
L’insegnamento relativo ai diversi aspetti del Califfato spirituale
muhammadiano, al quale si ricollega la dottrina dei sette Stendardi, è
inedito. Esposto negli ultimi otto ultimi capitoli, ha per unica fonte gli
scritti dello Sheikh al-Akbar: tale insegnamento infatti appartiene in
proprio a quest’ultimo, nella sua qualità di Sigillo della Santità
muhammadiana. Benché sia di una natura prettamente esoterica, questo
insegnamento non è né nascosto né segreto; al contrario esso viene
sviluppato, principalmente nella prima Sezione delle
Futûhât, non per mezzo di enigmi o di allusioni discrete, come è sovente
il caso per altri soggetti, bensì in modo esplicito, dettagliato e
perfettamente chiaro, ciò che non sarebbe stato possibile senza
un’autorizzazione divina. In un dominio molto delicato e ‘sensibile’ per via
delle applicazioni che comporta, ci siamo accontentati di tradurre e
presentare i grandi testi akbariani, pur indicando tutti gli accostamenti
che s’imponevano sia con le indicazioni offerte dai nostri due Maestri, René
Guénon e Michel Vâlsan, sia con le tradizioni anteriori all’Islam.
La presente opera completa e porta a compimento i nostri studi precedenti,
dei quali è in qualche misura la chiave di volta. La nostra intenzione e la
nostra preoccupazione, quando abbiamo assunto la direzione effettiva degli
ÉtudeTradionnelles dal dicembre 1974 al maggio 1976, e quindi
nelle opere pubblicate a Parigi e ad Algeri, sono rimaste costanti: da una
parte mostrare come l’opera di René Guénon possa essere compresa secondo
l’insegnamento che proviene dalla Rivelazione islamica, e come viceversa,
per delle ragioni che abbiamo spiegato in René Guénon et l’avènement du
troisième Sceau, essa abbia chiarito taluni aspetti essenziali del
Tasawwuf che erano rimasti fino ad allora velati; e dall’altra indicare
il posto e la funzione vera dell’Islam nell’universo tradizionale in seno al
quale è nato. Quest’ultima preoccupazione rispondeva ad una necessità più
urgente, in ragione delle confusioni, dei pregiudizi, ed anche dei fantasmi
ampiamente diffusi a proposito della tradizione islamica: nella misura in
cui fino ad ora non era mai stata esposta una dottrina completa riguardante
tale problema fondamentale, questi rimanevano, se non perfettamente
scusabili, quantomeno comprensibili. La dottrina del Califfato esoterico,
che permette di integrare la nozione guénoniana di ‘Re del Mondo’ alla
concezione islamica dell’‘Uomo Universale’, rispondeva meglio di ogni altra
a questa triplice esigenza. È alla realizzazione perfetta di questo che si
riferisce la ‘metafisica del Califfato’ la quale costituisce l’oggetto della
prima parte del nostro studio; le due parti successive trattano della sua
manifestazione esteriore, e rappresentano le due dimensioni fondamentali
secondo le quali, conformemente all’insegnamento iniziatico di tutte le
tradizioni, si opera la sua realizzazione. È quindi in un modo del tutto
naturale e imposto dal nostro stesso argomento che i testi di Ibn Arabî
presentati qui si dispongono in queste tre sezioni. Spogliati di ogni
riferimento a situazioni ‘storiche’ determinate, tanto nell’ordine
principiale quanto nel dominio più contingente delle applicazioni cicliche e
giuridiche, essi rivestono nondimeno, alla luce delle indicazioni appena
esposte, un significato attualissimo.
INDICE GENERALE: Introduzione - Parte prima: Metafisica del Califfato -
Capitolo I: Definizione dell'Uomo - Capitolo II: Forma divina e Grado totale
- Capitolo III: Califfato e 'Identità suprema' - Capitolo IV: Il simbolismo
dello Specchio - Capitolo V: La Forma androgina - Capitolo VI: I Principi
metafisici del Califfato - Capitolo VII: Sulla Volontà divina - Capitolo
VIII: Il Trono della Vita - Parte seconda: Il Califfato assiale - Capitolo
IX: I Nomi divini - Capitolo X: L'Albero e la Bilancia - Capitolo XI: Le
cinque Formule rituali - Capitolo XII: "Non v'è Potenza né Forza ... " -
Capitolo XIII: Il Padrone dei tre mondi - Capitolo XIV: I Califfi-Poli -
Capitolo XV: Califfato e Realizzazione discendente - Capitolo XVI: Califfato
e Preghiera rituale - Capitolo XVII: L'umiltà della Terra - Capitolo XVIII:
La Terra di Allah - Capitolo XIX: L'eccellenza dell'Ultimo - Capitolo XX: Il
deposito di Fiducia - Capitolo XXI: Il Giorno e l'Ora - Capitolo XXII: Il
Ciclo umano totale - Capitolo XXIII: La Montagna del Califfato - Capitolo
XXIV: Il Triangolo dell'Androgino - Parte terza: Il Ciclo del Califfato -
Capitolo XXV: Adamo, o il Califfato corporeo - Capitolo XXVI: L'opposizione
degli Angeli e la caduta dell'Uomo - Capitolo XXVII: Dàwùd, o il Califfato
intermedio - Capitolo XXVIII: Il nome di Dàwud - Capitolo XXIX: L'Impero di
mezzo - Capitolo XXX: La prosternazione di Dàwùd - Capitolo XXXI: La prova
del Califfato - Capitolo XXXII: Califfato e Servitù - Capitolo XXXIII:
Muhammad, o il Califfato spirituale - Capitolo XXXIV: La Legge universale -
Capitolo XXXV: La Bilancia e la Spada - Capitolo XXXVI: L'ultimo dei Califfi
- Capitolo XXXVII: La Notte della Determinazione - Capitolo XXXVIII: I sette
Stendardi - Capitolo XXXIX: La Stazione lodata - Capitolo XL: Il Califfato
supremo - Indice dei soggetti -
Indice dei nomi - Indice dei versetti del
Corano
Nel
versetto 97 della Famiglia di Imran il
pellegrinaggio è descritto
come la Cerca della Casa. L'interpretazione corrente dei
commentari del Corano tende ad assimilare questa cerca
all'obbligo di recarsi a Mecca e di fare i giri rituali
attorno alla Ka'ba. Per quanto possa essere
legittima tale interpretazione si scontra nondimeno con
delle obiezioni molto serie. Bisogna inoltre tener conto
di un altro dato tradizionale la cui autorità è
considerevole dato che si tratta di una parola del
Profeta su di lui la grazia unitiva e la pace divina! Il
suo enunciato è del tutto categorico poiché dice
semplicemente: al-hajj 'Arafa, Il
pellegrinaggio è Arafa'. Michel Valsan ne deduceva che
l'essenza del pellegrinaggio islamico si trova in questa
fase rituale sottolineando peraltro il problema posto
dalla divergenza tra la formulazione di questo hadith
e il senso apparente del versetto coranico che abbiamo
citato. Eppure questa stessa divergenza permette già
d'intravedere l'importanza e la funzione particolare di
questi due centri sacri che sono Arafa e la Casa di
Allah in rapporto ai quali in realtà si situa e si
ordina tutto l'insieme dei riti del pellegrinaggio
‘Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): La dottrina iniziatica del
pellegrinaggio
Campegine (RE) 2007, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 331 pagg.,
€
21,50
- ISBN 9788889795071
Come spiega l’autore nella prefazione del libro, “i riti
del pellegrinaggio islamico non sono stati oggetto, in Occidente, di
alcuna interpretazione d’insieme”. Si tratta infatti di riti “che non
possono essere compresi se non riferendosi alle dottrine metafisiche ed
iniziatiche dell’Islam”, dottrine che non sono alla portata degli
strumenti (profani) d’indagine dell’orientalismo, benché in verità con
tali strumenti si sia perlomeno riusciti ad avere una descrizione
adeguata di ciò che i pellegrini sono tenuti a fare (cosa non delle più
semplici, dato che si tratta di una serie di prescrizioni che non è
facile neppure elencare nel loro giusto
ordine).
C’è tuttavia un altro elemento che aggiunge
difficoltà alla difficoltà: essendo il pellegrinaggio islamico costituito da un
insieme di riti ‘primordiali’ “compiuti verso ciò che appare come una
figurazione del Centro del Mondo”, gli stessi testi scritti da autori legati
all’esoterismo islamico spesso parlano dei loro significati solamente “in
maniera allusiva ed indiretta”, ragion per cui anche quegli orientalisti che
pure hanno capito l’importanza dello studio delle opere del tasawwuf per
comprendere a fondo questi riti, non sono poi riusciti ad ottenere che
“risultati frammentari e a volte anche contestabili”, a causa soprattutto “della
mancanza di una qualificazione sufficiente per discernere la portata reale
dell’insegnamento contenuto nelle fonti utilizzate.” Charles-André
Gilis (in Islam ‘Abdu r-Razzâq Yahyâ) si propone dunque ne "La dottrina
iniziatica del pellegrinaggio" di colmare queste lacune, basandosi
principalmente sull’opera del ‘sommo Maestro’ dell’esoterismo islamico, Ibn
‘Arabî, a sua volta per così dire illuminata dalle formulazioni ‘guenoniane’
della Dottrina. Il risultato è un libro affascinante, ad un tempo rigoroso,
radicato in un pensiero fondato sulla Via realizzativa tipica dell’Islam, e
profondamente universale. Si tratta inoltre effettivamente dell’unico testo
attualmente reperibile in cui si dia un’interpretazione approfondita dei riti
del pellegrinaggio alla ‘santa Casa’ di Mecca, un libro dunque utilissimo sia
per i Musulmani di lingua italiana che cerchino un ‘sostegno’ per la loro
riflessione riguardante i riti loro imposti dalla Legge sacra, sia per tutti
coloro che vogliano studiare in maniera
approfondita l’Islam.
INDICE GENERALE: Prefazione - Capitolo
I: Piccolo e grande pellegrinaggio - Capitolo II: Il significato proprio della 'umra
- Capitolo III: La Mecca e la Ka'ba - Capitolo IV: La Ka'ba
primordiale - Capitolo V: La Ka'ba di Abramo e Ismaele - Capitolo VI: La
Ka'ba muhammadiana - Capitolo VII: La forma attuale della Ka'ba -
Capitolo VIII: Lo stato di sacralizzazione - Capitolo IX: Sacralizzazione e
intenzione - Capitolo X: I regimi giuridici del pellegrinaggio - Capitolo XI: La
talbiya - Capitolo XII: I giri rituali - Capitolo XIII: La settuplice
corsa - Capitolo XIV: Il posto del say nell'insieme dei riti del
pellegrinaggio Capitolo XV: Arafa - Capitolo XVI: L'ifada e Muzdalifa -
Capitolo XVII: Minà - Capitolo XVIII: Il ritorno alla Mecca e la fine del
pellegrinaggio - Capitolo XIX: Il pellegrinaggio universale - Capitolo XX: La
città illuminata -
Allegato: Arafa, o il pellegrinaggio alla conoscenza - Indice
dei soggetti - Indice dei nomi - Indice dei versetti del Corano - Indice
generale
"Secondo Ibn 'Arabi, l'intensità nell'amore di Dio e
la pratica della Religione
provengono dalla forza inerente alla sincerità della fede, e alla
convinzione incrollabile dei credenti espressa nel tasawwuf con
il termine sidq. Il sidq tradizionalmente viene
definito come la spada di Allah (sayfu-llahi) sulla terra.
Questa nozione è legata a quella di 'grande guerra santa' (al-gihâdu
l-akbar), la guerra interiore che l'uomo deve condurre "contro i
nemici che porta in se stesso". Questa spada invisibile simboleggia la
forza dell'Islam. Per il mondo moderno essa è il nemico più
preoccupante, perché nessuna forza materiale, nessun condizionamento
psichico può prevalere su di essa. I Musulmani sono in una situazione di
guerra per il semplice fatto che essi esistono. Vengono considerati come
dei fanatici perché sono Musulmani, e perché la loro fede in Allah è più
forte di tutte le altre credenze, siano essere veritiere e tradizionali
oppure menzognere e profane. Ciò che si rimprovera loro in realtà è la
loro sincerità e la loro fedeltà all'alleanza divina, contro la quale il
modernismo si è eretto ed è insorto."
‘Abdu
r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis):
L’integrità islamica: né integralismo né integrazione
2008
‘Casa della Pace’ di Pavia (in distribuzione),
95 pagg.,
€
10,00
A cura di Franco Curti, abbiamo la traduzione italiana di un libretto
pubblicato da Charles-André Gilis nel 2004 avente ad oggetto la funzione
provvidenziale della presenza islamica in Occidente, e le divergenti
tendenze anti-tradizionali che cercano di ostacolarla. Il testo si apre
proponendo una distinzione tra ‘modernità’ e ‘contemporaneità’: mentre
l’Islam non rifiuta evidentemente di avere a che fare con la realtà
‘contemporanea’, “vi è” viceversa “un’incompatibilità radicale” nei
confronti del ‘mondo moderno’, essendo la nozione di modernità
utilizzata univocamente in opposizione al concetto di ‘tradizione’; è in
effetti quest’ultima a rappresentare “il criterio decisivo che segna il
fossato che separa codesto mondo”, dominato appunto dalla mentalità
‘moderna’, “dall’universo che resta fedele alle alleanze che Dio ha
pattuito con l’uomo dall’origine dei tempi.”
Pur essendo chiaro che è tutto il mondo tradizionale, e non solo l’Islam, ad
essere soggetto all’attacco della mentalità propria dell’Occidente
desacralizzato (e dei mezzi grossolani e sottili che tale mentalità promuove),
pure è in particolare l’Islam (per quanto sempre più presente in Europa) ad
essere divenuto “bersaglio privilegiato” di tale attacco, che si sviluppa con
“un vigore e un’insolenza incessantemente crescenti” (pag. 12). La ferma
convinzione che i Musulmani hanno a proposito dell’eccellenza della loro
Religione, “è conforme alla realtà e al ruolo ciclico che Dio ha assegnato
all’Islam”: l’Islam infatti non è propriamente una Religione come le altre, e
questo soprattutto per due ragioni: per la sua costituzione riassuntiva dei
Principi su cui si basano le Tradizioni precedenti, e per la sua Legislazione
sacra, particolarmente adatta a mantenere aperte le possibilità di salvezza e di
Realizzazione spirituale per gli uomini degli ‘ultimi tempi’, così da costituire
in definitiva “il supporto e lo strumento” del Centro iniziatico del mondo
“durante la fase finale del ciclo umano” (pag. 21). Naturalmente si tratta di un
‘punto molto delicato’, come verrà chiarito al termine del libro, in quanto
l’ammissione della natura divina di tutte le forme tradizionali e delle Verità
metafisiche che esse veicolano, in linea di principio deve andare di pari passo
con la constatazione del ruolo appunto privilegiato dell’Islam per gli uomini di
quest’epoca, mentre d’altra parte è solo attraverso la dottrina del Centro
supremo che ai Musulmani vengono conferite “le chiavi di una scienza esoterica e
di una conoscenza universale”, essendo essa l’unica “in grado di mostrare che la
rivelazione islamica contiene l’insieme delle verità presenti nelle tradizioni
anteriori” (pag. 72-75). Quello che anzitutto si sottolinea è come da questo
principio derivi un’eccellenza ben vera e reale, che riguarda l’intera comunità
muhammadiana in quanto ‘comunità specifica’ distinta dalle altre, sicuro
baluardo collettivamente difeso della Tradizione stessa, sia nell’ambito
exoterico che in quello esoterico. D’altronde l’autore non cessa di
attribuire, del resto conformemente alla šarî‘a, un loro proprio valore
alle Tradizioni precedenti l’Islam; lo stato attuale di queste ultime viene
descritto brevemente, costatando quasi con dolore l’allontanamento dal Principio
che caratterizza l'Ebraismo e il Cristianesimo, come pure l’impossibilità
dell'Induismo e del Buddismo a farsi carico di una chiamata veramente
universale, considerazioni queste che spingono Gilis a rifiutare la concezione
secondo la quale ‘tutte le Religioni’, o ‘tutte le forme tradizionali’, sono
sempre e comunque da considerare sullo stesso piano. Detto questo, l’autore
passa all’analisi dei tentativi messi in atto per impedire all’Islam di
adempiere al suo compito di ‘testimonianza’ tradizionale. In primis, è la
mentalità moderna ad essere in guerra con l’Islam, visto come “il nemico più
preoccupante, perché nessuna forza materiale e nessun condizionamento psichico
può prevalere” contro la forza della sua fede (pag. 9), cosa da cui consegue che
i Musulmani sono posti esplicitamente o implicitamente sotto attacco “per il
semplice fatto che esistono”; e questo sostanzialmente perché l’Islam difende
apertamente ciò contro cui “il modernismo si è eretto ed è insorto” (pag. 18), e
cioè il ‘Diritto di Dio’, al di fuori del quale i ‘diritti dell’uomo’ perdono di
ogni senso, e anzi divengono, al di là delle apparenze, una sottile macchina da
guerra contro la Tradizione stessa. Si pensi ad esempio, ricorda giustamente
l’autore, alla tendenza ad impedire ogni forma di educazione tradizionale, con
il pretesto che si tratterebbe di abusare della debolezza del fanciullo.
Evidentemente, la Religione viene vista “come un affare individuale subordinato
all’uso della ragione”, il che “testimonia di un disconoscimento totale della
natura divina delle forme rivelate” (pag. 29). La seconda parte del libro inizia
considerando lo stato dell’Islam di fronte a questo attacco. Certo l’Islam
‘resiste’ provvidenzialmente molto di più delle altre Tradizioni; esistono però
alcune specifiche tendenze che vorrebbero minarne l’‘integrità’, sola modalità
che può permettergli di reggere il confronto. La prima e più importante di
queste tendenze è quella ‘integrazionista’, che consiste nel fatto di alterare
profondamente l’Islam per renderlo completamente compatibile con la mentalità
moderna: rinuncia al Diritto sacro, tolleranza per l’attività rituale solo se
non intralcia la ‘vita ordinaria’, rinuncia all’educazione tradizionale,
rinuncia ad ogni espressione del ‘privilegio’ islamico, accettazione
dell’‘universalismo’ moderno ecc. Tutto questo non in un’ottica di ‘adattamento’
(dato che evidentemente è spesso necessario accettare dei compromessi, “ma in
uno spirito di pazienza e saggezza”, senza che vi sia “integrazione dei cuori”,
pag. 60), ma appunto di una sostanziale abdicazione al proprio ruolo; e questo,
diremmo noi, in modo da favorire l’inizio di un processo di ‘riforma’ dell’Islam
analogo a quello conosciuto dal Cristianesimo, e che ha portato
all’allontanamento dalla Tradizione di gran parte dei Cristiani, almeno in
Occidente (protestanti prima e cattolici poi). Apparentemente opposta alla
tendenza ‘integrazionista’ è la tendenza ‘integralista’, che vorrebbe
conquistare il potere politico per poi gestire ‘in senso islamico’ gli Stati di
tipo moderno. In realtà, dice giustamente Gilis, tale prospettiva è del tutto
illusoria, e questo sia perché la concezione stessa di uno ‘Stato’ separato
dagli altri è incompatibile con la concezione universale dell’Islam (mentre
l’instaurazione del Califfato è un atto divino, che non può essere scimmiottato
da un qualsivoglia gruppo politico), sia perché la conquista e la gestione del
potere richiedono al giorno d’oggi l’assimilazione delle metodologie tipiche
della politica occidentale, agli antipodi rispetto alle concezioni tradizionali.
In realtà in entrambi i casi si ha un Islam dominato dalla mentalità moderna,
sia direttamente come nel caso dell’integrazionismo, sia indirettamente nel caso
dell’integralismo, data appunto l’impossibilità a governare uno Stato moderno in
senso tradizionale; e questo rivela come “le posizioni apparentemente
incompatibili dell’integrazione e dell’integralismo sono più vicine di quanto
non appaia” (pag. 56). In opposizione a tutto ciò, è necessario il riferimento
ad un Islam ‘integro’, che si presenti nella unità indissolubile dei suoi due
aspetti exoterico ed esoterico, l’uno volto al bene presente e futuro
dell’aspetto individuale dell’essere, e l’altro all’acquisizione degli stati
sovraindividuali, e infine alla Realizzazione suprema. Ciò spiega come la
prospettiva dell’integrità islamica sia in ogni caso superiore a quella
dell’integralismo; quest’ultimo infatti, nonostante il fatto che dal punto di
vista del semplice exoterismo possa presentare aspetti favorevoli (perlomeno nel
caso venisse messo in atto con rettitudine e da persone qualificate, in stretta
adesione ai dettami rituali e alle indicazioni tradizionali, e quindi
distaccandosi dall’ossessione per la ‘partecipazione’ politica che ora lo
pervade), pure il suo orizzonte rimane irrimediabilmente limitato “all’ambito
individuale”. L’argomentazione di Gilis si sposta di conseguenza a considerare
l’esoterismo islamico, ponendo però in rilevo, a titolo di premessa,
l’improprietà della stessa definizione di ‘esoterismo’, perlomeno se presa nel
suo significato letterale, e cioè “nel momento in cui contribuisce a stabilire
un’opposizione tra la ‘scienza interiore’ e la ‘religione esteriore’, cosa che
implica una concezione limitativa dell’interiorità”, mentre l’integrità di cui
si sta parlando rileva da una visione unitaria della Tradizione, una visione
secondo la quale la stessa Legge sacra “include, nella sua totalità e nella sua
perfezione formale, l’insieme delle verità metafisiche ed iniziatiche” (pag.
66). D’altra parte, la stessa definizione di tasawwuf (da cui ‘Sufismo’)
può essere fonte di non pochi fraintendimenti, nella misura in cui esso viene
identificato alle turuq, o ‘confraternite’, che in realtà costituiscono
solamente “una delle modalità storiche dell’esoterismo islamico” (pag. 67). Un
punto di notevole importanza è quello riguardante le critiche ingiustificate di
cui il tasawwuf viene fatto oggetto, specialmente dagli esponenti
dell’integralismo, quando è accusato di favorire un culto dei santi in
contrapposizione alla dottrina base dell’Islam, la dottrina cioè dell’Unità
divina (tawhîd). In realtà, quando si tratta di autentici Maestri
spirituali “i santi sono oggetto di una venerazione legittima”, in quanto
rappresentano la presenza vivente del Profeta Muhammad, Inviato di Dio, il quale
“viene associato all’espressione suprema del tawhîd” (“perché alla prima
testimonianza di fede, lâ ilâha illâ Allah, ‘Non v’è divinità all’infuori
di Dio’, fa seguito la formula della seconda attestazione, Muhammad
rasûlu-llah, ‘Muhammad è Inviato di Dio’)”, e costituisce coranicamente
l’esempio perfetto che deve essere seguito, e quindi l’Uomo perfetto (al-insânu
l-kâmil). Ne consegue che “condannare questo aspetto del tasawwuf
significa opporsi alla Saggezza divina su di una questione essenziale” (pagg.
68-70). Infine Gilis (alla luce della dottrina dei tre ‘sigilli’), ricorda il
ruolo fondamentale “del rappresentante per eccellenza dell’integrità islamica”,
e cioè Ibn ‘Arabî, e di Guénon, colui la cui opera “costituisce un prolungamento
di quella di Ibn ‘Arabî, illustrando, per mezzo di studi sull’esoterismo delle
rivelazioni anteriori, l’universalità della scienza islamica” (pag. 85). E
questo senza peraltro dimenticare l’importanza di Michel Vâlsan, i cui lavori
furono orientati soprattutto a far comprendere il collegamento che esiste tra
Guénon e l’‘integrità islamica’.
INDICE GENERALE: Avvertenza - L'islam di fronte al mondo moderno: Una religione
come le altre? - L'accusa di fanatismo - L'accusa d'intolleranza - Diritto di
Dio e diritti dell'uomo - Deus, homo, natura - Integrazione e integralismo: La
grande paura dell'Occidente - L'indebolimento delle forme tradizionali -
L'inganno dell'integrazione - Le illusioni dell'integralismo - Salvaguardare
l'essenziale - L'integrità islamica: Necessità dell'esoterismo - Errori e verità
sul tasawwuf - La dottrina del Centro supremo - Ibn Arabi - René Guénon -
Proclama!