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An-Nawawi, Yahya ben Sharaf ed-Din:
Quaranta hadith
Imperia, Edizioni Al-Hikma, pagg.
144,
(in distribuzione)
- €
13,00

Le edizioni Al-Hikma presentano in
ristampa anastatica la traduzione compiuta diversi anni
fa da Mohammad Ali Sabri dei ‘Quaranta hadith’
del tradizionista siriano An-Nawawi (1233-1277), opera
che ha sempre goduto di grande considerazione nel mondo
islamico, nella quale viene scelto un numero limitato di
‘hadith’ (quaranta, appunto, più due aggiunti
alla fine dall’autore stesso), ritenuti sintetici
dell’insegnamento profetico, e basilari per l’Islam.
Significativamente, apre ed introduce la raccolta di
An-Nawawi lo stesso hadith col quale inizia il
Sahîh di Al-Bukhârî, contenente l’esplicita
affermazione profetica dell’antecedenza (e dunque della
priorità) dell’aspetto ‘spirituale’ ed interiore della
Tradizione rispetto a quello pratico ed esteriore: “Le
opere non sono che secondo le intenzioni”. Non c’è
bisogno di sottolineare l’opportunità di riportare in
lingua italiana un libro di questo genere, sia per la
sua importanza intrinseca (religiosa e dottrinale), sia
per il suo carattere agile e sintetico, particolarmente
adatto per esporre ad un vasto pubblico i fondamenti
spirituali, morali e cultuali dell’Islam. Inoltre, la
presenza (a fronte) del testo arabo vocalizzato è di
grande aiuto per chi (Italiano o italofono) è impegnato
nello studio di questa lingua, e per gli Arabi che
vogliono impratichirsi nella terminologia religiosa
quale si può esprimere in italiano. La traduzione è in
definitiva abbastanza corretta, pur non mancando errori
o passaggi resi in maniera discutibile. Nel hadith
2 per esempio, i termini îmân e ihsân
vengono lasciati in arabo (certamente si poteva invece
tradurli, lasciando tra parentesi la parola araba), e
anche in nota non viene fornita quella che è la
traduzione più corretta di ihsân, e cioè
‘perfezione’. Nel hadith 10, laddove si dice “il
suo cibo è illecito, le sua bevanda è illecita” ecc. il
lettore deve fare un notevole sforzo di fantasia per
capire il senso; sarebbe stato necessario ricostruire la
frase, per far comprendere come sia a causa
dell’impurità del cibo, della bevanda e degli abiti che
l’invocazione del viaggiatore “scarmigliato ed
impolverato” non viene accettata da Dio. Deplorevole,
infine, l’utilizzo di sigle (SLPBD e DCL) per render
conto delle eulogie che accompagnano, in ambito
islamico, la menzione dei nomi dei santi e dei Profeti,
e specialmente del Profeta Muhammad, sigle che nella
lettura risultano fastidiose e incomprensibili, dato che
si finisce per non ricordare il loro significato, quale
viene spiegato in nota all’inizio del testo. Meglio
allora tradurle per esteso laddove non siano di ostacolo
alla scorrevolezza del periodare italiano, e non
tradurle altrove, avvalendosi del principio legale
secondo il quale nemmeno nel caso della citazione del
nome di Muhammad (su di lui la preghiera e la pace
divine!) è strettamente obbligatorio mettere per
iscritto la formula sallâ Allahu ‘alayhi wa sallama
(come si deduce chiaramente dal commento di Ibn Kathîr
al versetto XXXIII 56), mentre permane necessaria la sua
pronuncia da parte tanto di chi scrive quanto di chi
legge; in questo modo, si abituerà il pubblico italiano
ad un particolare rispetto della figura profetica, ma
senza spezzare la continuità del testo, o imporre la
presenza di ‘cifre’ inevitabilmente astruse. E tuttavia,
nonostante quanto detto i Quaranta hadith
tradotti da Sabri rimangono un libro notevole, uno dei
pochi testi presenti nel panorama librario italiano che
presentino gli hadith profetici in maniera tutto
sommato onesta e comprensibile. |