L’ermetismo appare così come
‘occidentale’ sia per la sua origine
che per la localizzazione degli imperi
segnati dalla sua influenza.
Tra questi, uno dei più notevoli è
sicuramente l’impero alessandrino,
il quale, pur essendo puramente
occidentale al suo inizio,
appare in seguito, nel suo esito storico,
come un tramite tra l’Oriente e l’Occidente, ciò che ne fa una prefigurazione
dell’Islâm.
Ciò permette di comprendere, almeno da un certo
punto di vista, l’importanza concessa nel Corano alla figura di Dhû-l-Qarnayn. La posizione ‘relativamente centrale’ dell’Egitto è messa in
luce dall’esistenza di due correnti tradizionali complementari
ispirate dall’ermetismo, e dirette l’una, che darà la nascita
all’Impero di Roma, verso il Nord, e l’altra, che in un’epoca molto più
antica condurrà alla fondazione del Wagadu, verso il Sud.
‘Abdu
r-Razzâq Yahyâ (Charles-André
Gilis): Il Maestro
dell’Oro Campegine (RE)
2025, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 162 pagg.,
€
17,70 - ISBN 9788889795200
Il Maestro dell’Oro (Kaya-Magha)
è il titolo emblematico portato dal capo di un impero
sacro, fondato e diretto nel corso dei secoli da un
popolo di razza nera, i Soninké. Da ogni punto di vista
il Wagadu, che tale è il vero nome tradizionale di ciò
che è generalmente conosciuto come ‘Impero del Ghana’,
desta stupore: per la sua dimensione, perché si
estendeva dall’ansa del Niger fino all’Atlantico,
includendo gran parte del Sahara e dell’Africa
occidentale; per la sua durata, che le fonti orali
valutano in circa cinque millenni, essendo terminato nel
XIII° secolo circa dell’era cristiana; per l’incredibile
ignoranza dell’africanismo universitario a suo riguardo,
perché l’unica opera, estremamente sommaria, apparsa
fino ad ora è datata 1992; infine, ed è evidentemente
ciò che solo ci importa, per l’interesse eccezionale
che presenta dal punto di vista della Scienza
tradizionale. Cercare di comprendere la tradizione dei
popoli neri senza riferimenti all’Impero del Wagadu è
altrettanto vano che voler studiare la tradizione
estremo-orientale prescindendo dall’Impero della Cina;
e forse lo è in modo ancor maggiore, perché l’idea di un
impero sacro sembra essere consustanziale, dall’origine
dei tempi, a ciò che si potrebbe chiamare, riferendosi
ad una formula di Sant’Yves d’Alveydre, la ‘missione dei
neri’.
L’appellativo di
‘Maestro dell’Oro’ presenta anzitutto un significato
alchemico che permette di definire e di situare la
corrente tradizionale dalla quale procede. Infatti il
termine alchimia deriva dall’arabo al-kimyâ del quale
René Guénon diceva: “Questa parola è araba nella sua
forma ma non nella sua radice. Essa deriva
verosimilmente dal nome di Kêmi, o ‘terra nera’, dato
all’antico Egitto, ciò che indica ulteriormente
l’origine di ciò di cui si tratta.” Egli peraltro
precisava nello stesso testo: “L’alchimia, che si
potrebbe definire per così dire come la ‘tecnica’
dell’ermetismo, è realmente ‘un’arte regale’.”
Questo riferimento
all’Egitto è affermato unanimemente dalle tradizioni
orali relative al Wagadu. Gli stessi Soninké si dicono
‘originari di Sonna’, località che non è altro che
Assuan, in prossimità della prima cataratta. Questa
città dell’alto Egitto è il luogo di nascita di Dinga,
il guerriero fondatore dell’Impero. Del resto, l’insieme
dei dati simbolici che si possono trovare ancora oggi in
Africa occidentale hanno un’origine ‘ermetica’
indiscutibile. Si è portati così ad interrogarsi sul
significato di queste sopravvivenze, ciò che obbliga a
puntualizzare, anche solo sommariamente, delle questioni
preliminari che non hanno attirato fino ad ora tutta
l’attenzione che meritano dal punto di vista delle
dottrine tradizionali.
Indice generale: I -
Significato polare dell’Ermetismo. II - Il Sole di
Giustizia. III - La funzione di Michel Vâlsan. IV -
Dell’Impero universale. V - La razza nera.
VI - Il
Wagadu. VII - Le gru coronate.
VIII - I Misteri cabirici.
Indice tematico. Indice dei versetti coranici.
(...) Per aver ignorato la funzione
di Gesù,
esso
divenne ignorante del proprio destino,
e non comprese la
causa della propria decadenza:
fu condannato e disperso, e
cessò di essere un popolo eletto
per diventare un popolo
esiliato...
... I testi sacri che prevedevano il ritorno degli
esuli all’epoca dei tempi messianici erano, secondo i rabbini,
del tutto espliciti:
questo ritorno in Terra Santa avrebbe avuto
luogo quando Dio avrebbe deciso, e non quando gli ebrei
avrebbero voluto mettere fine all’Esilio. I testi, letti dai
saggi, vietavano agli ebrei di rivoltarsi e di rompere il giogo
delle nazioni, anche quando le loro sofferenze erano atroci. Ciò
spiega l’intransigenza assoluta dei rabbini dell’Europa dell’Est
e dell’Europa centrale nei confronti del sionismo. (...)
‘Abdu
r-Razzâq Yahyâ (Charles-André
Gilis): La profanazione di Israele secondo il Diritto
sacro Campegine (RE)
2025, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 70 pagg.,
€
14,50 - ISBN 9788889795224
(...) Il movimento sionista, quali che siano le sue modalità,
le sue tendenze e le sue contraddizioni, appare
fondamentalmente come un tentativo di mettere fine a
questo divieto. Che si presenti sotto una apparenza
laica e profana o sotto una forma religiosa e
messianica, il punto essenziale è che esso è
antitradizionale per la sua stessa natura. Dal punto di
vista della religione esso non rappresenta il Giudaismo,
ma la sua contraffazione. La verità è che questo
movimento e lo Stato che ne è derivato sono dei puri
prodotti dell’aggressività sovversiva del mondo moderno,
che è suo alleato e suo complice. La contraddizione
apparente tra la tendenza ‘laica’ e la tendenza
‘religiosa’ si spiega in realtà per mezzo della
distinzione stabilita da René Guénon tra la nozione di
‘antitradizione’ e quella di ‘contro-tradizione’. Dopo
aver indicato che la prima deve essere “intesa come una
negazione pura e semplice”, egli precisa: “V’è qui una
distinzione simile a quella che abbiamo fatto
precedentemente tra deviazione e sovversione, e che
corrisponde ancora alle due stesse fasi dell’azione
antitradizionale considerata nel suo insieme:
l’‘antitradizione’ ha avuto la sua espressione più
completa nel materialismo che potremmo dire ‘integrale’,
quale regnava verso la fine del secolo scorso; quanto
alla ‘contro-tradizione’, noi ne vediamo ancora solo i
segni precursori, costituiti precisamente da tutte
quelle cose che mirano a contraffare in un modo o
nell’altro l’idea tradizionale stessa.” Il sionismo
laico e nazionalista nato ‘alla fine del secolo scorso’
corrisponde effettivamente alla prima fase descritta da
René Guénon, mentre il sionismo messianico rappresenta
una vera e propria contraffazione, che deriva da questa
‘contro-tradizione’ della quale ‘vediamo ancora solo i
segni precursori.’ (dal capitolo "Il Giudaismo
contraffatto")
Indice generale - I -
Il Diritto sacro. La Legge universale. Il privilegio
islamico. La dottrina dell’abrogazione. II - Lo statuto
del popolo ebraico. Elezione e decadenza. Uno statuto di
misericordia. Il destino di Roma. Il ritorno ad Abramo.
III - Il senso del sionismo. Una dottrina ambigua. Il
Giudaismo contraffatto. La profanazione d’Israele. Un
tempio sacrilego. Osservazioni finali. Indice dei
versetti coranici. Indice generale.
«Preleva delle
loro ricchezze un’elemosina (sadaqa),
per mezzo della quale li monderai
e li purificherai, e compi la preghiera su di loro,
perché le tue preghiere sono per loro un riposo.
E Allah è Udente e Sapiente» (IX, 103).
E per un’anima e Ciò che l’ha formata armoniosamente,
e le ha ispirato la sua iniquità e il suo pio timore.
Chi la purificherà (zakkâ-hâ) conoscerà il successo,
e chi cercherà di mantenerla per sé sarà deluso» (XCI, 7-10)
‘Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis):
Metafisica della zakât
Campegine (RE) Giugno 2014, Edizioni Orientamento/Al-Qibla,
169
pagg., - €
16,50
- ISBN 9788889795163
La zakât è l’‘elemosina rituale’ e fa parte dei
‘pilastri’ dell’Islam; il termine deriva da una radice
araba avente il senso di ‘purificazione’. Sulla base
dell’opera di Ibn Arabî (ma anche di quella di René
Guénon e di Michel Vâlsan, nell’Islam Sheykh Abd
al-Wâhid Yahyâ e Sheykh Mustafâ Abd Al-Azîz), Gilis la
considera principalmente come il ‘diritto di Allah’ che
deve essere riconosciuto tanto sulle ricchezze quanto
sull’anima stessa dell’uomo, e va alla ricerca delle
implicazioni di ordine ‘metafisico’ che se ne possono
legittimamente dedurre. “La zakât iniziatica,”
dice Gilis, “appare essenzialmente come una
purificazione rispetto a tutto ciò che è ‘illusione’, il
che è come dire che la dottrina che vi si riferisce è
una dottrina della realizzazione attraverso la
Conoscenza.”
... Definita come il diritto di Allâh, la
zakât è l’essenza della Via iniziatica; essa concerne sia la realizzazione
spirituale e metafisica che il governo esoterico del mondo (tasarruf). Il
diritto di Allâh sulle ricchezze non è che una modalità di quello che
l’Altissimo detiene sulle anime. Il riconoscimento del diritto divino in
ogni dominio ed a proposito di ogni questione particolare esprime la servitù
perfetta di colui che ha raggiunto il grado supremo. La metafisica della
zakât non è un modo tra gli altri di prendere in considerazione la zakât: è
l’essenza stessa di questa. Il termine ‘metafisica’ si riferisce alla zakât
in ragione della sua costituzione etimologica, perché designa ciò che è
‘aldilà’ (è il senso del greco meta) del dominio fisico, che è quello della
Natura primordiale (tabî‘a). La zakât è la realizzazione del
tawhîd, ed è
anche il vero jihâd: «Conducete il jihâd in Allâh secondo la verità del Suo
jihâd (wa jâhidû fî-Llâhi haqqa jihâdi-Hi» (XXII, 78). La formula del
tahlîl,
lâ ilâha illâ Allâh [‘non v’è divinità all’infuori di Allah’, o ‘non v’è
divinità se non Allah’], è per eccellenza quella della zakât metafisica ed
iniziatica. Ricordiamo che lo Shaykh Mustafâ Abd al-‘Azîz [Michel Vâlsan]
stabiliva una correlazione tra i quattro termini di questa formula ed i riti
fondamentali sui quali, secondo la parola profetica, l’Islâm è stato
costruito, e cioè rispettivamente il digiuno, la preghiera rituale,
l’elemosina legale e il pellegrinaggio. La zakât corrisponde al termine
illâ
(‘se non’, [‘ad eccezione di’]): esteriormente perché non v’è elemosina
legale se non nel caso in cui vi sia un ammontare minimo di ricchezza;
spiritualmente perché illâ esprime il ‘capovolgimento’ che opera la
purificazione rituale e la trasformazione, il passaggio dall’illusione alla
realtà... (dall'introduzione dell'autore).
INDICE GENERALE: 1.
Introduzione generale - 2. I gradi della zakât -
3. La poesia introduttiva - 4. Gli otto tipi di doni -
5. La zakât legale: Le condizioni essenziali ;
Coloro che devono la zakât ; I beneficiari; I
beni imponibili - 6. La zakât spirituale - 7. La
zakât iniziatica - 8. Zakât diverse - 9.
La zakât universale - 10. Il diritto di Allâh -
11. La fine dell’immunità - Indice tematico.
Indice dei versetti del Corano. Indice generale.
Per
il fatto stesso che l’insegnamento di Guénon procede non
da una certa ‘Via’ o da una certa forma tradizionale, ma
dal loro Centro comune, l’entrata in una organizzazione
determinata comporterà necessariamente per l’aspirante
un certo ‘sacrificio’, che sarà come il fermento
spirituale del suo ricollegamento. D’altronde non si
tratta qui soltanto dell’abbandono di un approccio
puramente teorico alla Verità, bensì di una vera
sacralizzazione di questo stesso insegnamento, nonché
della sua integrazione nella vita rituale e nelle
formulazioni provvidenzialmente rivelate. Esso
manifesterà allora delle possibilità di applicazione e
di rivivificazione tradizionale insospettate da coloro
che non sono andati al di là di una semplice
assimilazione mentale dell’opera guénoniana.
‘Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): Introduzione
all’insegnamento ed al mistero di René Guénon
Campegine (RE) 2013, Edizioni ‘Orientamento/Al-Qibla’,
179 pagg., - €
16,50
- ISBN 9788889795118
Introduzione dell'Editore Il presente testo è costituito da uno studio
di Gilis risalente al 1986, e quindi pubblicato in
seconda edizione nel 2001 con qualche ritocco e assieme
ad una nuova prefazione, e a due ‘allegati’: una
recensione critica di Élie Lemoine e la rispettiva
replica di Gilis. Si tratta a nostro avviso di un libro
di estrema importanza, perché ripercorre l’intera
‘carriera tradizionale’ di René Guénon, proclamando con
nettezza il carattere fondamentale ed ineludibile
proprio degli studi guénoniani per la comprensione
profonda delle Tradizioni divine e della natura della
mentalità attualmente dominante, nonché l’ispirazione
‘profetica’ (nel senso di quella che nell’Islam è
chiamata ‘profezia generale’) che ad essi presiede, ed
esponendo chiaramente la finalità
della sua opera.
Questo da un punto di vista non condizionato da pregiudizi ‘moderni’ di
vario genere, quali quelli propri di molti occidentali (e anche di coloro
che pure asseriscono di riferirsi in parte al grande metafisico francese),
pregiudizi che vengono denunciati smascherando i vari tentativi di
mistificazione e di ‘desacralizzazione’ della funzione di Guénon, nei quali
si tenta di assimilare il suo insegnamento ad un pensiero profano qualsiasi.
D’altra parte non viene taciuta l’ostilità della quale di tanto in tanto
l’opera di Guénon è oggetto anche in campo islamico per ignoranza, per
incapacità a concepire ciò che supera l’idea che ci si è fatta della
Religione (o della propria funzione all’interno di questa); e tuttavia Gilis
afferma a chiare lettere che le dottrine esposte da Guénon, che
costituiscono “la proclamazione pubblica, per la prima volta nella storia,
di una dottrina della Verità universale”, non possono che appoggiarsi su di
una “forma sacra universale (…), già presente” nel piano divino, l’Islam
appunto, forma tradizionale “adeguata all’intero genere umano dal momento
che il suo Profeta legislatore è stato inviato all’insieme degli uomini”
(pagg. 15-6). Del resto, come Gilis dirà in un articolo pubblicato in
seguito (nel 2004), “la funzione di René Guénon è inseparabile dalla
rivelazione islamica,” e “l’universalità del suo insegnamento è
l’espressione diretta dell’universalità dell’Islam.” Il testo di Gilis che
pubblichiamo presenta comunque svariati spunti di interesse, e si sofferma
su molte questioni: il fatto che le potenzialità e la ricchezza dell’opera
guenoniana ancora non sono state percepite nella loro pienezza se non da
pochi (pag. 26); il carattere non ‘sistematico’ e non accademico di tale
opera, propriamente ‘ispirata’ (pag. 33); il vero e proprio svelamento,
operato da Guénon, di tematiche tenute per lungo tempo celate, come quella
del ‘Re del mondo’ (cap. II); il problema costituito da alcune affermazioni
guénoniane nelle quali il ruolo delle Religioni in relazione alla Verità
immutabile è considerato in modo negativo, laddove si mostra che
affermazioni consimili si possono trovare non solo all’interno del Taoismo,
ma anche “presso i più grandi maestri dell’esoterismo islamico”, e si
riferiscono ad una dottrina che nell’Islam risulta inclusa “sin dall’origine
nei dati più comuni della religione e della fede” (pagg. 60-1), come chi
scrive la presente recensione ha potuto spesso notare nel suo studio dei
commentari del Corano e degli hadith profetici; tutta una serie di
importanti precisazioni relative a vari eventi avvenuti in concomitanza
dell’inizio dell’attività di Guénon, e in special modo al tentativo di
rivivificazione dell’Ordine del Tempio (cap. VI); l’errore proprio di coloro
che negano la qualità islamica di Guénon (pag. 82); il motivo per cui
all’inizio della ‘carriera tradizionale’ di Guénon è ravvisabile un
intervento di influenze spirituali islamiche, indù e taoiste, nonché proprie
dell’antico centro ritirato della tradizione occidentale, mentre
Cristianesimo e Buddhismo non hanno parte in questo (pagg. 117 e segg.); la
necessità ‘operativa’ di effettuare un ‘adattamento’ delle nozioni
guénoniane in particolare a quelle islamiche, dal momento che il linguaggio
utilizzato da Guénon non sempre coincide con quello delle ultime rivelazioni
(pagg. 141-2). A proposito del carattere pretenzioso delle critiche mosse a
Guénon (specialmente da depositari di concezioni profane, e comunque
inesatte e spesso frutto di visioni settarie o della grande limitatezza, dal
punto di vista metafisico, degli universitari), Gilis dedica due capitoli a
mostrare a titolo esemplificativo, contro i loro detrattori di parte
cristiana, l’esattezza delle intuizioni guenoniane relative all’incarnazione
(cap. X) e alle origini della rivelazione cristiana (cap. XI).
dal Capitolo primo - L'insegnamento
e la funzione
L’insegnamento di René Guénon è l’espressione particolare, rivelata
all’Occidente contemporaneo, di una dottrina metafisica ed iniziatica che è
quella della Verità unica ed universale. Esso è inseparabile da una funzione
sacra, di origine sovra-individuale, che Michel Vâlsan ha definito come un
“richiamo supremo” alle verità detenute, ancora ai giorni nostri,
dall’Oriente immutabile, e come un’ultima “convocazione” che comporta per il
mondo occidentale un avvertimento ed una promessa, nonché l’annuncio del suo
“giudizio”. Per quanto semplice ed evidente possa essere, questo modo di
comprendere l’opera guénoniana è generalmente misconosciuto o negletto nelle
presentazioni che ne vengono date. Soprattutto negli ultimi anni, queste si
sono distinte per il loro numero piuttosto che per la loro qualità, ognuno
autorizzandosi di propria iniziativa a dissertarne, o a giudicarla. Eppure
quanti, fra coloro che le si avvicinano, si preoccupano davvero di
afferrarne l’intento e di rispettarne la portata? Il più delle volte si
constata l’esatto contrario: una deliberata volontà di aggirare
l’insegnamento di Guénon e di desacralizzare la sua funzione. I procedimenti
utilizzati per giungere a tanto non variano: si mette l’accento sugli
aspetti psicologici e biografici, al punto che certi lavori universitari
hanno integrato alla rinfusa analisi grafologica e tema astrale! Si cerca
anche di spiegarne l’opera basandosi su fonti storiche; si utilizza senza
discernimento, ma non senza intenzioni occulte, un metodo per
l’interpretazione dei testi letterari i cui limiti sono noti a tutti, per
recensire degli scritti la cui ispirazione è essenzialmente diversa.
L’insegnamento tradizionale cui Guénon si riferisce è assimilato di fatto ad
un pensiero profano ed è trattato di conseguenza: si criticano una
moltitudine di dettagli, in modo da metterne in discussione la scienza e
ridurre l’autorità dei suoi giudizi. Ma c’è qualcosa di più grave ancora.
Sin dal 1973 Robert Amadou poneva la domanda “Pro o contro Guénon?”, e
questo con l’intenzione conclamata di dimostrare che “il guénonismo non
equivale alla tradizione”, ciò che non è se non un’affermazione
lapalissiana, ma che permette di evitare abilmente il punto essenziale, cioè
il legame indissolubile che unisce l’insegnamento di Guénon alla funzione
centrale che egli rappresenta per l’Occidente. Un tale interrogativo cela in
realtà una trappola, nella quale sono caduti quelli che s’immaginano che
basti mettersi dalla parte dei ‘difensori’ della sua opera per poter
affrontare il dominio delle verità essenziali di cui essa è il veicolo.
Conviene precisare, ahinoi, che oggi non sussiste più, nella maggior parte
dei casi, nessuna relazione fra la qualità di ‘guénoniano’ ed il rispetto
autentico della Tradizione e delle sue esigenze. Non v’è dunque qui nessun
altro criterio se non quello della fedeltà scrupolosa e totale alla Dottrina
che, per sua stessa essenza, non ha nulla in comune con lo spirito
sistematico, o con un qualsiasi settarismo. Ne consegue che, se è opportuno
ricordare che il “guénonismo non equivale alla tradizione”, si dovrà subito
aggiungere, per evitare ogni equivoco, che l’interrogativo “pro o contro
Guénon?” è il prototipo stesso di un dilemma antitradizionale e sovversivo,
dato che non lascia scelta che fra l’ostilità e la caricatura.
L’insegnamento trasmesso da René Guénon esige prima di tutto di essere
riconosciuto e seguito: ci si impone in virtù della forza della Verità.
Coloro che lo rifiutano, con ciò stesso si squalificano: come potrebbero
ancora pretendere di operare in modo efficace e duraturo nella via che egli
ha tracciato in vista del raddrizzamento tradizionale del mondo occidentale?
È Guénon che ha stabilito i principi e determinato i criteri, di modo che
coloro che vengono dopo di lui devono forzatamente mettersi nella
prospettiva delle applicazioni contingenti e delle conseguenze che si
possono dedurre dai suoi scritti. Di fatto, i suoi successori hanno dovuto
posizionarsi e determinarsi in rapporto a quel che egli ha rappresentato,
mentre egli stesso, per tutto il tempo della sua carriera terrena, non si è
mai veramente determinato se non in riferimento alla Tradizione. La volontà
di minimizzare e di ridurre l’autorità di Guénon, il diritto proclamato ad
alta voce (ovvero rivendicato a bassa voce da parte di coloro che esitano a
spingere la sconvenienza fino all’insolenza) di “guénonificare solo in una
determinata occasione, oppure di tanto in tanto, senza essere guénoniani”,
l’assimilazione del tutto superficiale stabilita fra la sua opera e quella
di altri autori o ‘pensatori’ di origine occidentale, sono entrambe cose che
si basano in ultima analisi su di un malinteso. Non si può paragonare se non
ciò che è paragonabile: l’insegnamento di Guénon non può esser compreso né
‘inquadrato’ validamente da un punto di vista tradizionale che per analogia
con altri che siano dello stesso ordine, come ad esempio quello di Dante. La
sua funzione infatti dipende in effetti da un dominio che l’esoterismo
islamico designa col termine Tasarruf. Si tratta, come ha indicato
Michel Vâlsan, del “governo esoterico degli affari del mondo”, il che non ha
nulla in comune con il fatto di guidare dei discepoli sulla via della
realizzazione metafisica, ma implica in compenso un’autorità indiscutibile,
tanto nell’ordine della dottrina pura quanto in quello della determinazione
delle norme e dei criteri destinati a suscitare, ad ispirare ed a
legittimare l’azione. Se le funzioni di ‘guida’ e di ‘governo’ possono
coincidere in uno stesso essere, è comunque importante distinguerle con la
massima cura, e precisare che un’investitura od una competenza esercitate
validamente in uno dei due domini non comporta per ciò stesso la possibilità
ed il diritto d’intervenire nell’altro.
La dottrina metafisica e la norma
tradizionale non hanno di certo avuto inizio con Guénon, che ha avuto
l’incarico di enunciarle e di rappresentarle di fronte alla deviazione ed
alla sovversione del mondo moderno. All’interno di quest’ultimo, la sua
opera si presenta come eccezionale ed insostituibile, tanto per la sua
portata quanto per la sua levatura. È aberrante volerne diminuire l’effetto
e l’influenza quando si è incapaci, tanto di fatto quanto di diritto, di
sostituirla con qualcosa di equivalente. È importante ricordarlo con tutta
la chiarezza necessaria: l’Occidente non ritroverà la sua vocazione ed il
suo orientamento tradizionali se non nel rispetto della funzione di René
Guénon, e grazie ad una fedeltà senza incrinature al suo insegnamento. La
sua autorità nell’ambito del Tasarruf non è dimostrabile, a causa
della stessa fonte che le è propria: essa permane intrinseca ai suoi
giudizi, la cui verità s’imporrà soltanto allorché il corso delle cose
l’avrà verificata e resa esplicita, in un modo o nell’altro. Se si obietta
che questa è una ‘petizione di principio’, risponderemo che lo stesso vale
per tutto ciò che è di origine tradizionale e non-umana, e che sfugge per
questo motivo al controllo della ragione e della coscienza individuale.
L’espressione ‘petizione di principio’ significa qui d’altro canto che si
tratta effettivamente di ricorrere all’autorità principiale per accedere ad
una verità che l’intelletto creato e condizionato è incapace di afferrare
con le sue proprie forze. Cionondimeno, la funzione superiore che Guénon
rappresenta per il mondo occidentale comporta, nei suoi interventi, un
aspetto di luce e di misericordia, un’evidenza che lo sguardo interiore
percepisce in modo tale da pacificare il cuore. Ogni rivelazione (e tale è
stata la sua opera) è accompagnata da indicazioni e ‘prove’ che
l’intelligenza riconosce facilmente quando è orientata da una retta
intenzione.
Si deve notare prima di tutto che la
‘convocazione’ del mondo occidentale è formulata nei suoi libri in modo
esplicito, e che le vie tracciate in vista del suo raddrizzamento
tradizionale vi sono esposte dettagliatamente, con una precisione ed una
chiarezza estreme. In questo campo più che in ogni altro nulla di ciò che
Guénon ha affermato è stato lasciato al caso. La sua opera costituisce
inoltre un’autentica summa dottrinale che integra e rende
intelligibile, per un pubblico non preparato a comprenderle, tutto
“l’insieme delle forme e delle idee tradizionali.” Vi è qui, come scriveva
Michel Vâlsan, “il miracolo intellettuale più affascinante che sia stato
presentato davanti alla coscienza moderna.” Miracolo di espressione, perché
in questo ambito la maestria di Guénon è veramente prodigiosa: egli
forgiava, con arte suprema e sovrana spigliatezza, i concetti che
permettevano agli Occidentali di partire da ciò che conoscevano, in modo da
condurli ad impadronirsi di ciò che ignoravano completamente, o che avevano
dimenticato da molto tempo. Miracolo anche di apertura, perché i significati
metafisici elevati dei quali tali concetti diventavano in tal modo i
portatori, erano applicati in vista di un’interpretazione che illuminava i
simboli di ogni ordine provenienti dalla Scienza sacra. Il suo lavoro perciò
prendeva, questa volta sul piano formale, un significato universale, nella
misura in cui offriva un metodo che poteva condurre ad una comprensione
profonda, il più totale possibile, delle differenti Rivelazioni che
dall’origine del ciclo umano sono state i veicoli ed i supporti della
Dottrina immutabile; e ciò nel momento in cui l’invasione del mondo
occidentale moderno le faceva per la prima volta coesistere, in un modo il
più delle volte caotico, nella coscienza dei nostri contemporanei. Qui,
ancora, l’apporto della sua opera è unico, perché gli autori che in
Occidente si sono posti da un punto di vista diverso dal suo si sono per ciò
stesso ridotti a non prendere in considerazione che degli aspetti più
particolari: il fatto che questi aspetti siano apparentemente più adeguati
per lo studio di tradizioni quali il Buddhismo ed il Cristianesimo, che come
vedremo più avanti occupano un posto del tutto speciale all’interno
dell’universo tradizionale, poteva dare l’illusione che si aveva in qualche
maniera ‘corretto’ ciò che in Guénon sembrava a torto unilaterale ed
incompleto. Al contrario, è il carattere universale e totalizzante del suo
insegnamento a spiegare come quest’ultimo possa fornire le chiavi che
permettono agli Occidentali di penetrare all’interno di qualsivoglia
dottrina metafisica per mezzo della comprensione dei suoi aspetti
fondamentali, e di interpretare secondo i loro autentici significati i
simboli presenti nelle diverse forme tradizionali. Pochissimi tuttavia sono
coloro che hanno potuto misurare da sé ciò che una tale possibilità
contiene, prendendo così coscienza in modo diretto della ricchezza e della
portata reali della summa guénoniana: non ci si meraviglierà del
fatto che ai loro occhi le restrizioni più o meno interessate che ancora da
più parti si cerca di assegnarle appaiano, a suo confronto, ben vane e di
poco peso.
INDICE GENERALE: Prefazione dell’autore alla seconda edizione francese -
Capitolo I - L’insegnamento e la funzione - Capitolo II - La questione del
Re del Mondo - Capitolo III - Un’ispirazione profetica - Capitolo IV -
L’iniziazione e l’investitura - Capitolo V - Unità e diversità
dell’insegnamento - Capitolo VI - Sull’Ordine del Tempio - Capitolo VII - Il
passaggio all’Islam - Capitolo VIII - L’enigma delle ‘condizioni
dell’esistenza corporea’ - Capitolo IX - Discepoli e critici - Capitolo X -
A proposito dell’Incarnazione - Capitolo XI - Le origini della religione
cristiana - Capitolo XII - Osservazioni finali - Allegati - A proposito di
un libro recente - Risposta ad Élie Lemoine.
Nei
lignaggi più puri ed elevati del Tantrismo la fanciulla
di nove anni è la teofania essenziale, l’identità
segreta della Grande Dea e non è conosciuta
esteriormente che per il suo attributo di Lalitâ, ‘Quella
che gioca’. Essa manifesta l’autorità suprema
assolutamente incondizionata dell’Essenza divina; fa
sovranamente quello che vuole senza alcun arbitrio in un
modo che sfugge ad ogni conoscenza esteriore. Pur
comprendendo ogni cosa, essa resta incomprensibile. Non
è ‘costretta’ dalla propria scienza perché è lei che
determina ciò che può essere saputo e conosciuto.
Iniziaticamente essa è il Maestro per eccellenza, del
quale conviene ricercare la soddisfazione senza
perseguire alcuna idea di retribuzione o di ricompensa.
L’insieme degli esseri è sotto la sua dipendenza, di
modo che essa non deve niente a nessuno. La via per
pervenire a lei è quella della servitù perfetta. Essa
può manifestarsi in modo sensibile, con un corpo vero,
puro e ‘luminoso’, a colui che ha raggiunto l'effettiva
Conoscenza suprema, quella dello shrî-vidyâ.
‘Abdu r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni
(comprensivo di uno studio del medesimo autore sullo Zolfo Rosso e di
una Postfazione dell’editore italiano)
Campegine (RE) Gennaio 2012, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 127 pagg.,
- € 13,20
- ISBN 9788889795149
Lo studio di Gilis sulla Fanciulla di nove anni prende spunto da
un’intuizione di Michel Vâlsan (nell’Islam Mustafâ
‘Abdu
l-‘Azîz), che
comprese la strettissima analogia esistente tra due visioni: da una
parte quella riportata nelle prime pagine della Vita nova, in cui
Dante vede apparire nella propria camera “uno segnore di pauroso
aspetto” che afferma di esserne il dominus, e che tiene in
braccio Beatrice, nella figura di una “persona” che dormiva “nuda” e
avvolta “in uno drappo sanguigno leggermente”; dall’altra quella
riportata nel Sahîh di Al-Bukhârî in cui l’Angelo mostra al
Profeta Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) la
giovanissima
‘Aysha avvolta
“in un drappo di seta (fî saraqatin min harîr)”, e gli dice:
“Questa è tua moglie: scoprila.”
Partendo da
questo, e svelato il carattere non certo casuale di tale coincidenza,
Charles-André Gilis (‘Abdu
r-Razzâq Yahyâ nell’Islam) sviluppa nel presente testo un’argomentazione che fa
intervenire, a sicura prova di come la ‘fanciulla di nove anni’ possa
simboleggiare una Teofania essenziale, un terzo elemento, dopo quello islamico e
quello dantesco: si tratta della grande Dea del Tantrismo, conosciuta
esteriormente con il nome di Lalitâ, ‘Colei che gioca’, e accomunata alle
figure di ‘Aysha
e di Beatrice tra l’altro anche dalla giovanissima età. Il volume è corredato da
uno studio del medesimo autore sul simbolismo relativo alla denominazione di Zolfo Rosso, attribuita nell’esoterismo islamico ad Ibn
‘Arabî (studio
apparso in Francia assieme a quello sulla Fanciulla in un’unica
pubblicazione nel 2006, e ad esso collegato da diversi punti di vista), e da una
Postfazione dell’editore italiano (nella quale si sviluppano alcune delle
deduzioni che si possono trarre da quest’opera di Gilis, in particolare a
proposito dell’origine ‘muhammadiana’ dall’influenza spirituale veicolata da
Dante).
INDICE GENERALE: Nota introduttiva - La fanciulla di nove anni - 1. Una teofania
singolare - 2. Nel Tantrismo contemporaneo - 3. Nell'opera di Dante - 4.
Nell'Islam - 5. Lo statuto islamico della donna - "Lo Zolfo Rosso" - Postfazione
dell'editore.