Niente
e nessuno è più nel posto ove dovrebbe normalmente
essere;
gli uomini non riconoscono più alcuna autorità effettiva
nell'ordine spirituale, né alcun potere legittimo
nell'ordine temporale;
i «profani» si permettono di discutere delle cose sacre,
di contestarne il carattere e perfino la stessa
esistenza; è l'inferiore che giudica il superiore,
l'ignorante che impone dei limiti alla saggezza,
l'errore che anticipa la verità, l'umano che si
sostituisce al divino, la terra che prevale sul cielo,
l'individuo che si fa misura di ogni cosa e pretende di
dettare all'universo delle leggi tratte interamente
dalla propria ragione relativa e fallibile.
«Guai a voi, guide cieche» è detto nel Vangelo, e in
effetti oggi
si vedono dappertutto dei ciechi che conducono altri
ciechi
e che se non saranno fermati in tempo, finiranno
fatalmente per
condurli nell'abisso, ove gli uni periranno con gli
altri.
René Guénon: La crisi del mondo moderno 1991, Arktos - Oggero Editore, 159 pagg.,
(in distribuzione)
- €
17,00 - ISBN 9788870490374
PREFAZIONE DELL’AUTORE
Alcuni anni fa, scrivendo Oriente e Occidente,
pensavamo di aver fornito tutte le indicazioni utili
relative all’argomento trattato, almeno per quel
momento. Da allora, gli avvenimenti si sono precipitati
con una velocità sempre crescente, tanto da rendere
opportune alcune precisazioni supplementari, le quali,
senza cambiare una sola parola di ciò che dicemmo
allora, saranno costituite dallo sviluppo di alcuni
punti di vista che in un primo tempo non avevamo
ritenuto necessario approfondire. Tanto più che tali
precisazioni si impongono per il fatto che, negli ultimi
tempi, abbiamo visto affermarsi ulteriormente e in
maniera parecchio aggressiva, alcune delle confusioni
che ci eravamo preoccupati di segnalare e di dissipare;
ora, pur astenendoci accuratamente dal partecipare a
qualsivoglia polemica, abbiamo ritenuto opportuno
puntualizzare ulteriormente alcune questioni. In questo
campo vi sono delle considerazioni, financo elementari,
che sembrano talmente estranee alla stragrande
maggioranza dei nostri contemporanei che, per farle loro
comprendere, è necessario riproporle a più riprese,
presentandole sotto differenti aspetti e spiegandole in
maniera sempre più ampia via via che le circostanze lo
permettono; cosa questa che può dar luogo a delle
difficoltà che non sempre è possibile prevedere fin
dall’inizio. Lo stesso titolo del presente volume
richiede alcuni chiarimenti che è necessario fornire a
priori, affinché si sappia cosa ne pensiamo e non si
ingeneri alcun equivoco a riguardo.
[...]
Che si possa parlare di
una crisi del mondo moderno, assumendo il termine «crisi»
secondo la sua accezione ordinaria, è una cosa che molti,
ormai, non mettono più in dubbio, e a questo proposito sì è
prodotto un cambiamento alquanto sensibile: sotto la stessa
spinta degli avvenimenti certe illusioni cominciano a
dissiparsi e, da parte nostra, non possiamo che
compiacercene, poiché, malgrado tutto, si tratta di un
sintomo assai favorevole, indice di una possibilità di
raddrizzamento della mentalità contemporanea, qualcosa che
si presenta come un piccolo barlume in mezzo al caos
attuale. È così che la credenza in un «progresso»
indefinito, fino a ieri considerato come una sorta di dogma
intangibile e indiscutibile, non è più ammesso in maniera
unanime: alcuni intravedono, più o meno vagamente e più o
meno confusamente, che la civiltà occidentale invece di
svilupparsi sempre nella stessa direzione, potrebbe
benissimo giungere ad un punto di arresto o perfino
sprofondare del tutto in qualche cataclisma. Forse costoro
non intravedono chiaramente qual’è il vero pericolo, e
talvolta le fantasiose o puerili paure che manifestano
dimostrano a sufficienza il persistere di parecchi errori
nelle loro concezioni, ma in definitiva è già qualcosa che
si rendano conto che esiste un pericolo, anche quando si
limitano a percepirlo piuttosto che a comprenderlo
veramente, ed è anche importante il fatto che arrivino a
concepire che questa civiltà di cui i moderni sono così
infatuati non occupa un posto privilegiato nella storia del
mondo e che può subire la stessa sorte di altre civiltà
scomparse in epoche più o meno lontane, fra le quali alcune
non hanno lasciato che delle infime tracce, delle vestigia
appena percettibili o difficilmente riconoscibili.
Dunque, allorché si dice
che il mondo moderno è in crisi, abitualmente si intende che
esso è giunto ad un punto critico o, in altri termini, che
si profila come imminente una trasformazione più o meno
profonda, e che, volenti o nolenti, dovrà inevitabilmente
prodursi un cambiamento di rotta a breve scadenza, in
maniera più o meno brusca, con o senza una catastrofe.
Questo modo di vedere le cose è perfettamente legittimo e
corrisponde esattamente a ciò che, per certi aspetti,
pensiamo anche noi; ma solo per certi aspetti, poiché,
secondo noi e ponendoci da un punto di vista più generale, è
tutta l’epoca moderna nel suo insieme che si presenta come
un periodo di crisi per il mondo intero; d’altronde, sembra
proprio che stiamo avviandoci verso l’epilogo, ed è questo
che rende più percettibile, oggi più di ieri, il carattere
anormale di tale stato di cose, il quale dura ormai da
alcuni secoli, ma le cui conseguenze non sono mai state così
evidenti come adesso. Ed è per lo stesso motivo che gli
avvenimenti si svolgono con quella velocità accelerata di
cui dicevamo all’inizio; indubbiamente tutto ciò potrà
ancora andare avanti per un pò, ma certo non
indefinitamente; e anzi, senza avere la pretesa di voler
assegnare un limite preciso, si ha l’impressione che non
possa durare ancora per molto. Ma, lo stesso termine «crisi»
contiene anche altri significati, che lo rendono ancora più
idoneo ad esprimere ciò che intendiamo dire: in effetti, la
sua etimologia, che spesso si perde di vista nell’uso
corrente, ma a cui è opportuno ricondursi come è giusto fare
tutte le volte che si vuole restituire ad una parola la
pienezza del suo vero significato ed il suo valore
originario, la sua etimologia, dicevamo, ne fa in parte un
sinonimo di «giudizio» e di «discriminazione». La fase che
può essere detta veramente «critica», indipendentemente
dall’ambito a cui ci si riferisce, è quella che sfocia
immediatamente in una soluzione favorevole o sfavorevole,
quella in cui interviene una decisione in un senso o
nell’altro; ne consegue che è allora che è possibile
esprimere un giudizio sui risultati acquisiti, è allora che
è possibile soppesare i «pro» e i «contro», operando una
sorta di classificazione di tali risultati, gli uni
positivi, gli altri negativi, ed è allora che è possibile
valutare da che parte pende definitivamente la bilancia. Sia
chiaro, comunque, che non abbiamo minimamente la pretesa di
stabilire in maniera compiuta una tale discriminazione, cosa
che peraltro sarebbe anche prematura, poiché la crisi non è
certo ancora risolta e forse non è nemmeno possibile dire
con esattezza quando e come lo sarà; tanto più che è sempre
preferibile astenersi da certe previsioni che, non potendosi
basare su delle ragioni chiaramente comprensibili a tutti,
rischierebbero di essere male interpretate, finendo con
l’aumentare la confusione invece di apporvi un rimedio. Ciò
che possiamo proporci è di contribuire, fino ad un certo
punto e per quanto lo permettono i mezzi di cui disponiamo,
a dare, a coloro che ne sono capaci, la coscienza di alcuni
dei risultati che allo stato attuale sembrano essersi
chiaramente fissati; ed a preparare, foss’anche in maniera
molto parziale ed assai indiretta, gli elementi che dovranno
poi servire per il futuro «giudizio», a partire dai quale si
aprirà un nuovo periodo della storia dell’umanità terrena.
Alcune delle espressioni
che abbiamo appena impiegate evocheranno, indubbiamente,
nell’animo di alcuni, l’idea di ciò che si chiama il
«giudizio universale», e, a dire il vero, non a torto;
d’altronde, sia che lo si intenda in maniera letterale o
simbolica, o in entrambi i modi, visto che in realtà questi
non si escludono affatto fra loro, la cosa è qui poco
importante, né questo è il luogo e il momento per spiegarci
interamente sull’ argomento. In ogni caso, il soppesare i
«pro» ed i «contro», il valutare i risultati positivi e
negativi di cui dicevamo prima, può sicuramente far pensare
alla separazione degli «eletti» e dei «dannati» in due
gruppi ormai fissati immutabilmente; ed anche se si tratta
solo di una analogia, bisogna riconoscere che, quantomeno,
si tratta di una analogia valida e ben fondata, conforme
alla natura stessa della cose; il che richiede ancora alcuni
chiarimenti. Certo, non è un caso che oggigiorno tanti siano
ossessionati dall’idea della «fine del mondo»; e ci si può
rammaricare di ciò, sotto certi aspetti, poiché le
stravaganze a cui dà luogo una tale idea mal compresa, le
divagazioni «messianiche» che ne derivano in certi ambienti,
tutte queste manifestazioni derivate dallo squilibrio
mentale della nostra epoca, non fanno che aggravare sempre
più questo stesso squilibrio, e in misura assolutamente non
trascurabile; ma, in definitiva, è altrettanto vero che ci
si trova al cospetto di un fatto che non ci si può esimere
dal prendere in considerazione.
L’atteggiamento più
comodo, di fronte a cose di questo genere, è sicuramente
quello di evitarle puramente e semplicemente, senza esami
ulteriori, di trattarle come degli errori o delle
fantasticherie senza importanza; tuttavia noi riteniamo che,
pur trattandosi di errori e nonostante il fatto che vanno
denunciati come tali, è molto più opportuno ricercare le
ragioni che li hanno provocati e la parte di verità, più o
meno deformata, che malgrado tutto essi possono contenere,
poiché, essendo l’errore, in definitiva, solo un modo
d’esistenza puramente negativo, non è possibile riscontrare
in nessun caso l’errore assoluto, il quale è solo una parola
priva di significato. Se si considerano le cose in questo
modo, ci si accorge facilmente che questa preoccupazione
della «fine del mondo» è strettamente connessa allo stato di
malessere generale nel quale viviamo attualmente: l’oscuro
presentimento di qualcosa che effettivamente sta per finire,
agendo in maniera incontrollata sull’immaginazione di
certuni, vi produce, in modo dei tutto naturale, delle
raffigurazioni disordinate e molto spesso grossolanamente
materializzate, raffigurazioni che a loro volta si traducono
esteriormente in quelle stravaganze di cui dicevamo prima.
Questa spiegazione, comunque, non può essere una scusa a
favore di queste ultime, o quantomeno: se è possibile
scusare coloro che cadono involontariamente nell’errore,
perché vi sono predisposti da uno stato mentale di cui non
sono responsabili, questa non è una buona ragione per
scusare l’errore in se stesso. Del resto, per quanto ci
concerne, non ci si può certo rimproverare una eccessiva
indulgenza nei confronti delle manifestazioni «pseudo-religiose»
del mondo contemporaneo, né tampoco nei confronti di tutti
gli errori moderni in generale; sappiamo anzi che certuni
sarebbero piuttosto tentati di rivolgerci il rimprovero
opposto, e forse ciò che diciamo in questa sede farà meglio
comprender loro qual’è il modo in cui noi consideriamo
queste cose: ci sforziamo di porci sempre dal solo punto di
vista che importi, quello della verità imparziale e
disinteressata. Ma non è tutto: una spiegazione
semplicemente «psicologica» dell’idea della «fine del mondo»
e delle sue attuali manifestazioni, per giusta che sia nel
suo ordine, non potrebbe essere da noi considerata come
pienamente sufficiente; fermarsi ad essa, significherebbe
lasciarsi influenzare da una di quelle illusioni moderne
contro le quali noi ci leviamo proprio in ogni occasione.
Abbiamo detto prima che alcuni sentono confusamente la fine
imminente di qualcosa di cui non possono definire con
esattezza la natura e la portata; e bisogna ammettere che
costoro hanno una percezione molto reale, quantunque vaga e
soggetta a delle false interpretazioni o a delle
deformazioni immaginative, poiché, quale che sia questa
fine, la crisi che in essa deve necessariamente sfociare è
del tutto manifesta e una moltitudine di segni non equivoci
e facili da individuare conducono tutti in maniera
concordante alla medesima conclusione.
Tale fine, indubbiamente,
non è la «fine del mondo» nel senso totale con cui la
intendono certuni, ma essa è quantomeno la fine di un mondo;
e se ciò che deve finire è la civiltà occidentale nella sua
forma attuale, è comprensibile che coloro che si sono
abituati a non dar conto a quanto vi è al di fuori di essa,
a considerarla come «la civiltà» senza eccezioni, credano
facilmente che tutto finirà con essa, che con la sua
scomparsa si verificherà veramente la «fine del mondo».
Diremo dunque, per ricondurre le cose alla loro giusta
dimensione, che sembra che ci si avvicini realmente alla
fine di un mondo, vale a dire alla fine di un’epoca o di un
ciclo storico, i quali peraltro possono essere in
corrispondenza con un ciclo cosmico, secondo quanto
insegnano sull’argomento tutte le dottrine tradizionali. In
passato si sono già verificati degli avvenimenti simili, e
senza dubbio ve ne saranno ancora altri in avvenire;
avvenimenti che, del resto, hanno rivestito un’importanza
ineguale: a seconda che corrispondevano alla fine di periodi
più o meno estesi e che interessavano o l’insieme
dell’umanità terrena o solo l’una o l’altra delle sue parti,
oppure una razza o popolo determinati. Nello stato attuale
in cui si trova il mondo, vi è da supporre che il
cambiamento che interverrà avrà una portata assai generale,
e che, quale che sia la forma che esso rivestirà e che noi
non intendiamo affatto cercare di definire, interesserà più
o meno l’intero pianeta. In ogni caso, le leggi che reggono
tali avvenimenti sono applicabili analogicamente ai gradi
più diversi, di modo che quando si parla della «fine del
mondo», nell’accezione più completa possibile, la quale
peraltro è riferita ordinariamente solo al mondo terrestre,
la stessa concezione è ugualmente valida, fatte salve le
dovute proporzioni, nel caso della fine di un mondo
qualunque, intesa in un senso molto più ristretto. Queste
osservazioni preliminari aiuteranno parecchio a comprendere
le considerazioni che seguono; noi abbiamo già avuto
occasione in altri nostri lavori, di fare spesso allusione
alle «leggi cicliche»; ora, sarebbe forse difficile esporre
tali leggi in maniera completa e in una forma facilmente
accessibile alla mentalità occidentale, ma è almeno
necessario possedere alcuni dati sull’argomento se si vuole
avere un’idea reale di ciò che è l’epoca attuale e di ciò
che essa rappresenta esattamente nell’insieme della storia
del mondo. È per questo che noi inizieremo col mostrare che
le caratteristiche di quest’epoca sono proprio quelle
indicate dalle dottrine tradizionali di tutti i tempi per il
periodo ciclico alla quale essa corrisponde; e questo
equivarrà anche col mostrare che ciò che è anomalia e
disordine da un certo punto di vista è, tuttavia, un
elemento necessario di un ordine più vasto, una inevitabile
conseguenza delle leggi che reggono lo sviluppo di ogni
manifestazione. Del resto, diciamolo subito, quest’ultima
non è una ragione sufficiente per limitarsi a subire
passivamente il disordine e l’oscurità che sembrano
momentaneamente trionfare, poiché se così fosse avremmo solo
da assistere in silenzio; mentre invece si tratta di una
buona ragione per operare, nei limiti del possibile, in
vista dell’uscita da questa «età oscura», di cui moltissimi
indizi permettono già di intravedere la fine come più o meno
prossima, se non addirittura del tutto imminente. E anche
questo rientra nell’ordine, poiché l’equilibrio è il
risultato dell’azione simultanea di due opposte tendenze; se
solo una delle due potesse cessare interamente d’agire,
l’equilibrio non potrebbe mai più stabilirsi e lo stesso
mondo svanirebbe; ma questa supposizione è irreale, poiché i
due termini di una opposizione hanno senso solo l’uno in
dipendenza dell’altro, e, quali che siano le apparenze, si
può star certi che tutti gli squilibri parziali e transitori
concorrono alla fine alla realizzazione dell’equilibrio
totale.
INDICE
GENERALE
– Prefazione dell'Autore. Parte prima - Considerazioni
preliminari. I - Oriente e Occidente. II - La
divergenza. III - Il pregiudizio classico. IV - Le
relazioni tra i popoli antichi. V - Questioni di
cronologia. VI - Difficoltà linguistiche. Parte seconda
- I modi generali del pensiero orientale. I - Le grandi
divisioni dell'Oriente. II - I principi dell'unità delle
civiltà orientali. III - Cos'è la tradizione?. IV -
Tradizione e religione. V - Caratteri essenziali della
metafisica. VI - Rapporti della metafisica con la
teologia. VII - Simbolismo e antropomorfismo. VIII -
Pensiero metafisico e pensiero filosofico. IX -
Esoterismo ed exoterismo. X - La realizzazione
metafisica. Parte terza - Le Dottrine Indù. I -
Significato esatto della parola Indù. II - La perpetuità
del Vêda. III - Ortodossia ed eterodossia. IV - Sulla
questione del buddismo. V - La legge di Manu. VI - Il
principio dell'istituzione delle caste. VII - Shivaismo
e Vishnuismo. VIII - Gli angoli visuali della dottrina. IX - Il Nyâya. X - Il Vaishêshika. XI - Il Sânkhya. XII
- Lo Yoga. XIII - La Mîmânsâ. XIV - Il Vêdanta. XV -
Considerazioni complementari sull'insieme della
dottrina. XVI - L'insegnamento tradizionale. Parte
quarta - Le interpretazioni occidentali. I -
L'orientalismo ufficiale. II - L'influsso dei tedeschi. III - La scienza delle religioni. IV - Il teosofismo. V
- L'occidentalizzazione del Vêdanta. VI - Ultime osservazioni. Conclusione.